La cultura e lo sport finiscono (anche) così…

Recentemente una sentenza della Corte di Cassazione (la n. 3433 del 5 marzo 2012), ha destato scalpore e preoccupazione. La Suprema Corte, riferendosi alle modifiche nell’art. 108, comma 2, del D.P.R. n. 917/1986 del 2008 dall’allora Governo Berlusconi, ha stabilito che “sponsorizzare un’auto da corsa con il nome dell’impresa non rientra nelle spese di pubblicità ma in quelle di rappresentanza” questo se “il contribuente non dimostra l’incremento commerciale, più o meno immediato, della vendita di quanto realizzato nei vari cicli produttivi ed in certi contesti, anche temporali”. Questa sentenza rischia di diventare un grave limite alle sponsorizzazioni, preziose per il mondo della cultura e dello sport, settori in cui i privati, anche perché attratti dall’opportunità della deducibilità delle sponsorizzazioni (fino all’80%), investono con questa specificità. La differente e minima deducibilità delle spese di rappresentanza, legata ad un più complesso sistema di requisiti di inerenza e congruità, potrebbero far riconsiderare gli investimenti da parte delle imprese e l’utilità degli stessi all’interno di un “nuovo” contesto fiscale di indeducibilità nel mondo dello sport e della cultura, privando di fondi settori già in forte difficoltà.

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