Gianni Cuperlo sul PSE

Il commento di Gianni Cuperlo sull’adesione del PD al PSE. Da L’Unità: “Siamo tutti nel PSE. E questa è una bella notizia. Vuol dire che siamo tutti socialisti? Non direi. Piuttosto è il socialismo europeo, col suo corredo di acciacchi e virtù, che ha scelto di allargare il raggio di sé. E questa è una notizia anche più bella. Per tante ragioni tutte figlie della marcia che la sinistra, nella sua pluralità, ha compiuto dall’89 in poi. Ma soprattutto per la prova che a quella sinistra si para davanti adesso, quando un tempo storico si è consumato e il nuovo non è del tutto scolpito. Il punto è che senza Europa da questa crisi non si esce ma l’Europa che c’è non funziona più. Anzi, a seguire il sentiero tracciato potremmo trovarci al sole estivo col parlamento più antieuropeo della storia, che vorrebbe dire lo sgretolarsi dell’integrazione e una lunga afonia dei progressisti. Su questa paura si fonda l’invito a una sterzata di Bruxelles anche se l’appello a cambiare non sempre spiega la frattura tra le promesse e i fatti. In pratica, davanti alla crisi combinata di finanza, debiti sovrani, integrazione e sviluppo – perché di questo parliamo evocando la crisi dell’Europa – il primo scoglio è capire cosa ostacola la risposta più logica e la sola destinata a funzionare. Claus Offe quella barriera la descrive con semplicità. Lui dice che “ciò che sarebbe necessario fare con urgenza è assolutamente impopolare e di conseguenza praticamente impossibile in un contesto democratico”. E cosa si dovrebbe fare se prevalesse il buon senso? Più o meno tre cose. Primo, una mutualizzazione del debito a lungo termine con misure redistributive tra gli stati membri, e al loro interno tra ricchi e poveri. Secondo, aiutare la competitività dei paesi periferici con una mutualizzazione della crescita, cominciando coll’investire risorse pubbliche in un’opera straordinaria – cioè letteralmente fuori dall’ordinario – di creazione di nuove occasioni di impiego, agendo da leva per il mobilizzo di risorse private innescando fiducia e ripresa. Terzo, adeguare il costo del lavoro che porterebbe a un relativo equilibrio commerciale e a livelli sostenibili dei deficit di bilancio. Ok, vasto programma, ma da lì si deve passare. Prima di tutto perché archiviata dopo Maastricht l’arma della svalutazione, ogni compensazione degli squilibri commerciali si è risolta in tagli brutali a settore pubblico e occupazione. Per capirci, non potendo svalutare la moneta si sono svalutati il lavoro e con quello i diritti e la dignità dei cittadini, occupati o meno che fossero. Altra soluzione non c’era e non c’è? Anche questa è una piccola bugia. Un’alternativa vi sarebbe, e pure cautamente di sinistra, del tipo aumentare il prelievo fiscale sui redditi elevatissimi e sulla ricchezza (lo so che abbiamo quel popò di evasione, per altro da perseguire, ma non è buona ragione per rinunciare al principio). Siccome, però, l’UE tra i suoi limiti ha quello di non aver completato un’armonizzazione fiscale quella strada pare ostruita e ci si ritrova a comprimere salari e pensioni, ingegnandosi su nuove gabbie per il mercato del lavoro, istruzione, sanità. L’esito? Che nell’arco degli anni, “compiti a casa” e “riforme” hanno spinto . la sinistra a pensare che solo provvedimenti impopolari le avrebbero restituito una chance di vittoria. Ma è come chiedere il consenso promettendo di usarlo per bastonare chi ti vota. Funziona? Direi di no. L’aspetto curioso è che molti tra i disperati per i sondaggi sulla prossima assemblea di Strasburgo continuano a teorizzare la stessa visione stupiti che milioni di persone non aderiscano di slancio al programma che li vorrebbe sotterrare. Mistero della Storia! Detto ciò, cosa potrebbe convincere i tedeschi che cambiare “verso” conviene pure a loro? Per paradossale che sia, l’egoismo o almeno la convenienza. Cioè prendere atto che proseguire la discesa nel pozzo del rigore sarebbe un danno per tutti dal momento che un default ad Atene o altrove non lascerebbe indenne il surplus commerciale di Berlino. Certo, servirebbe uno spirito laico (ma chi avrebbe mai pensato a economisti più dogmatici del Sant’Uffizio?). E soprattutto servirebbe il coraggio di una sinistra sino qui acconciata più a dar ragione agli altri che a rivendicare buone pratiche per sé. La realtà, se si pensa l’Europa, è che mai come oggi ferisce il divario tra le politiche e la politica, tra le misure che servirebbero e le istituzioni in grado di predisporle. Conseguenza pure questa di una sinistra che a lungo ha smesso di indicare la rotta, contentandosi di aggiustare la ricetta degli altri. Ma appunto per questo la campagna elettorale di maggio diventa la vetrina di cosa vorrà essere la sinistra del continente. La scelta è tra proseguire sull’asse di ora o cambiare parecchio. Per prima cosa come gestire debiti sovrani, armonizzazione fiscale, politiche per il lavoro e contro la povertà. E poi giù giù, l’idea di democrazia e cittadinanza, i diritti umani, civili, sociali, culturali. Fino al recupero di una strategia per il Mediterraneo scosso da un rivolgimento senza eguali nella contemporaneità. Non è un decalogo di traguardi. E’ una mentalità che va riformulata perché da quella dipenderà il destino di una sinistra capace di riprendersi le sue parole più forti, uguaglianza, democrazia e sopra a tutte la pace scossa in queste ore dalle notizie drammatiche che arrivano da Ucraina e Crimea dove in gioco come nel ‘secolo breve’ sono integrità territoriale e autodeterminazione di intere popolazioni. Altro che tecnocrati, se non vogliamo lasciare populismo e nazionalismi a sgovernare l’Europa quel che serve come l’acqua al mare è una nuova grande politica, un’altra idea dell’Europa che nascerà. E tocca alla sinistra cercarla. Toccherà a Martin Schulz e a tutti noi, socialisti e democratici. Non da soli. Bisognerà ascoltare alcune buone ragioni che arrivano dall’altra sinistra di Tsipras e da quei movimenti di popolo o generazione che magari in forma impulsiva, ma la fine del vecchio europeismo moralistico l’hanno denunciata da tempo. E’ possibile farcela? Se alziamo lo sguardo si capisce che provarci non solo conviene ma è un dovere al quale sottrarsi non si può più.”

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