Pietro Ingrao, l’ultimo comunista

ingrao1L’ultimo saluto al compagno Pietro Ingrao. Si sono svolti Mercoledì 30 Settembre i funerali civili di Pietro Ingrao: nella mattinata i funerali di Stato in Piazza Montecitorio a Roma, mentre nel pomeriggio la salma è stata ricevuta nel suo paese natale, a Lenola. Ultimo saluto a Pietro Ingrao, scomparso a Roma all’età di 100 anni. Ai funerali di Stato che si sono svolti la mattina hanno partecipato tantissime persone, tra cui il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il Presidente del Senato Pietro Grasso, il Presidente della Camera Laura Boldrini e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante i funerali di Pietro Ingrao in Piazza Montecitorio. Qualche fila più là, ministri, sottosegretari ma anche i rappresentanti delle istituzioni locali, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Presente anche l’ex primo cittadino capitolino, Walter Veltroni. Sul palco, oltre ai familiari di Pietro Ingrao, anche tanti parlamentari e politici. Pugni alzati e bandiere rosse in Piazza Montecitorio all’arrivo del feretro salutato da un lungo applauso. La folla riunita di fronte al palco allestito davanti all’ingresso della Camera ha intonato Bandiera rossa e Bella ciao. “Ciao compagno Pietro”. Un unico striscione, affisso sull’obelisco di piazza Montecitorio. Una scritta bianca, su uno sfondo rosso, posta di fronte al feretro che sovrasta la piazza dove da pochi minuti sono iniziati i funerali di Stato di Pietro Ingrao. Sopra la bara portata a spalla dai commessi della Camera un unico cuscino di fiori, rose rosse. Nel pomeriggio la salma è stata ricevuta a Lenola, in Piazza Cavour: tantissime persone hanno voluto rendere omaggio ad Ingrao: le bandiere ed i fazzoletti Rossi, i canti tradizionali del movimento operaio, bella ciao, le musiche della Banda Musicale, le fasce tricolori dei Sindaci accompagnati dai Gonfaloni dei Comuni, la Regione Lazio (rappresentata dal Vice Presidente Smeriglio), la Provincia di Latina e la Prefettura di Latina. La bara di Pietro, ricoperta con la Bandiera del PCI, con il fazzoletto dell’ANPI, con il casco da lavoro delle acciaierie di Terni e la sciarpa rossa di Don Gallo, era già un simbolo dei contenuti di una politica nuova. Nota PD Fontana Liri: Tra i sindaci partecipanti, anche il primo cittadino di Fontana Liri Gianpio Sarracco, con la fascia tricolore del nostro comune.

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INGRAO, L’ULTIMO COMUNISTA
Del Pci, Ingrao si afferma come uno dei massimi dirigenti, dopo Togliatti tra i più amati. Ha peso, anche se relegato al ruolo dell’eterno oppositore. Uomo di prestigio che, non a caso, nel 1976 diventa il primo comunista eletto alla presidenza della Camera. Come scrive il fatto quotidiano, è morto l’ultimo comunista. L’ultimo, di quella generazione nata sull’idea e il modello del bolscevismo che in Italia, come in pochi altri paesi, hanno messo radici così profonde da incarnare l’impegno alla lotta al regime fascista, condizionando poi nel profondo nascita e crescita della Repubblica. Con lui se ne va davvero l’ultimo grande leader di una fase della nostra storia che, con le sue tragedie, contraddizioni, grandezze e aspirazioni tanti italiani sembrano purtroppo volere decisamente archiviare. Se ne va un comunista, un rivoluzionario, uno statista, un sognatore. Se ne va l’”eroe del dubbio”. Il dubbio di un uomo immerso in una sinistra divisa tra il messianismo rivoluzionario e la cinica ragion di partito, utopia e senso della realtà politica, movimentismo e rispetto dell’organizzazione di appartenenza.

CONSIDERAZIONI IN LIBERTA’
“E perché temiamo tanto che la memoria si perda? È la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio?” Pietro Ingrao. Una persona che racchiude la storia di un’epoca: ma, come ha detto Alfredo Reichlin “Tuttavia questa storia non l’abbiamo conservata o costruita bene, non so se perché volevamo la luna o non l’abbiamo voluta abbastanza. E allora, oggi, la gente esprime un bisogno insopportabile di senso. Della parola sinistra si sono persi molti significati, ma io sento rinascere il bisogno di uomini che pensano e guardano lontano, che sanno che il vecchio non può più e il nuovo non c’è abbastanza. E si interrogano su come riempire questo vuoto”.
Pietro Ingrao è stato un politico che ha servito la politica senza servirsenese, che non si è fatto mai contagiare dal potere, che spesso è la malattia della politica.
“Vedevo in esso un’apertura alla complessità della vita: dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare, aprirsi al molteplice del mondo. Sì, vivevo il piacere del dubbio”. Pietro Ingrao

IL SOGNATORE:
“Volevo la luna”, il titolo del suo ultimo libro raccoglie e descrive in modo perfetto i 100 anni di vita di Pietro Ingrao. Rivoluzionario di professione, comunista, intellettuale dei più critici, poeta, appassionato di cinema, uomo delle istituzioni nei momenti peggiori della vita della Repubblica. O anche “eretico senza scisma”, secondo la definizione di Fausto Bertinotti. Pietro Ingrao è stato tutto questo e molto altro. Nasce a Lenola il 30 marzo del 1915 ed è a Roma a metà degli anni ’30 che inizia la sua lunga attività politica. Dopo la laurea in Giurisprudenza ed in Lettere entra al Centro sperimentale di cinematografia ma la Guerra di Spagna nel 1936 lo strappa alla sua passione: si avvicina ai gruppi antifascisti con altri giovani intellettuali come Lucio Lombardo Radice (di cui sposerà la sorella Laura) e quindi all’organizzazione clandestina del Pci.

Ormai la sua strada è segnata. Durante la Resistenza lavora fra Milano e la Calabria, nel 1947 viene nominato direttore dell’Unità. E in questa veste si trova ad affrontare la grande crisi ungherese del 1956. Il grande cruccio della sua vita. Togliatti schiera il Pci con i russi contro gli insorti ungheresi e mentre grandi intellettuali come Italo Calvino, Eugenio Reale, Antonio Giolitti lasciano il partito Ingrao sta con il movimento comunista internazionale, l’ortodossia sovietica, e il 25 ottobre 1956 firma un’editoriale di fuoco dal titolo che non lascia adito a dubbi: “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”. Una scelta di cui poi si pentirà amaramente: “L’errore più grande”, dirà nel 2001.

Ma, probabilmente, è anche il momento in cui nasce “l’eretico” del comunismo italiano, il dirigente per cui stravederanno i giovani comunisti degli anni ’70 e ’80 che nei cortei cantavano “Ingrao, Ingrao sei tu il nostro Mao”. Da quel momento Ingrao vota a favore della radiazione del gruppo de “Il Manifesto” di cui era il punto di riferimento ideologico ed umano (“Errore persino assurdo. Esitai a rompere per una gretta e anche stupida disciplina di partito”). Eppure fu sempre Ingrao, con meno caratteri di un tweet, nel 1966 all’XI Congresso del Pci a pronunciare la famosa frase: “Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso”. Una frase apparentemente diplomatica, in realtà la prima vera rottura pubblica della ritualità leninista. E fu sempre lui a pubblicare il Rapporto Krusciov e a condannare nel 1968 l’invasione di Praga da parte dell’Armata Rossa. Fu sempre minoranza nel vertice del partito ma le sue riflessioni, da quella sul ‘modello di sviluppo’, alla attenzione da rivolgere al dissenso cattolico e ai movimenti giovanili, sono rimaste patrimonio del Pci prima e dei partiti della sinistra poi.

Poi ci fu la stagione da presidente della Camera, primo comunista sulla poltrona più alta di Montecitorio negli anni bui dal 1976-1979 mentre le bande armate di destra e di sinistra spargevano sangue nel Paese, e il corpo di Aldo Moro fu scaricato dalle Brigate Rosse in un vicolo vicino alle sedi del Pci e della Dc in quel momento alleate nel governo di unità nazionale. Incarico che lasciò nonostante le pressioni di Enrico Berlinguer che lo voleva ancora presidente della Camera. Poi la lunga militanza da presidente del Centro studi per la riforma dello Stato e l’attività da autore. “Masse e potere”, del 1976 diventa un libro imprescindibile per una generazione poi nel 1986 il debutto nella poesia con “Il dubbio dei vincitori”. Un titolo non casuale per l’uomo che nonostante la granitica militanza comunista ha praticato il dubbio. “Se dovessi dare una definizione di me stesso – disse in un’intervista – la prima cosa che direi è: la pratica del dubbio”.

L’ultima sua battaglia è contro lo scioglimento del Pci. Avversa Achille Occhetto ma da comunista non partecipa alla scissione e diventa il leader dell’ala sinistra del Pds. Dal 1992 si allontana dalla Camera dei Deputati, e anche dalla vita attiva di partito ma resterà sermpre un punto di riferimento della sinistra inquieta. La lontananza dalla politica attiva non gli impedisce di continuare ad indagare il mondo in continua evoluzione e, quasi centenario, apre un suo sito internet dal quale saluta i lettori con una poesia
di Brecht e con la frase: “Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro”.

Tra le memorie di familiari e amici durante la cerimonia funebre di Pietro Ingrao in piazza Montecitorio, particolarmente toccanti le parole della nipote Gemma che in lacrime ha ricordato gli insegnamenti del nonno: “Sono contenta che mia figlia abbia potuto cantarti Bella Ciao e la foto di te, mia figlia e io insieme con il pugno chiuso è l’immagine più bella della tua forza e della tua dolcezza. Ci dicevi sempre: dovete unirvi, mettervi insieme, per contrastare le sempre più frequenti ingiustizie di questa società. organizzate una rivoluzione. Ci proveremo. Nel frattempo continueremo a cercare la luna, e che sia rossa come quella quando tu te ne sei andato”.

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