I successi dello scrittore fontanese Luigi Mario Bove

carovespinoGli ultimi successi conseguiti dallo scrittore fontanese Luigi Mario Bove meritano un approfondimento.

Intanto, nel mese di Ottobre scorso, a Roma, l’ultimo romanzo storico di Luigi Mario Bove “Quinto Pedio” è stato promosso in una manifestazione di beneficenza del Lions Club e questo è sicuramente un grande merito.
Ma soprattutto è esplicativa, sulla bravura dell’autore, la relazione del Prof. Nicola Siciliani de Cumis, durante la presentazione, a Roma, dell’altro libro di Luigi Mario Bove “Caro Vespino”.

“Caro Vespino… ti scrivo”, libro di testo

Vorrei provare a sostenere l’ipotesi che questo libro di Luigi Mario Bove, Caro Vespino… ti scrivo! (La Famiglia dei Sordi Italiani si confronta), Roma, Lorenzo Paolini Editore, di pp. 464, sia a suo modo un libro di testo per le scuole o per l’università: variamente adottabile per lo svolgimento di programmi scolastici di natura interdisciplinare, ovvero per un corso accademico di tipo disciplinare, monografico ad hoc. Non semplicemente un libro di lettura, ma più precisamente un libro di testo: e proprio nel senso di uno strumento istituzionale, scelto dal docente per l’insegnamento di una determinata materia di studio, non necessariamente riguardante i sordi, la sordità, ma concernente, invece, il condizionamento sociale e l’educazione del cittadino italiano in quanto tale: sia che abbia una qualche limitazione nel campo uditivo, in senso stretto e in senso largo (anche soltanto metaforico), sia che non ne abbia. Un libro, cioè, che “faccia testo” ai fini dell’insegnamento dell’osservanza costituzionale del modo di trattare civilmente le disabilità e la sordità in specie. Non a caso Caro Vespino… ti scrivo è spesso attraversato, direttamente o indirettamente, da flash evocativi di luoghi riconducibili alla nostra Costituzione e alla sua mancata attuazione.
D’altra parte, riprendendo alla lettera la Postfazione di Renato Pigliacampo al volume (ivi, pp. 456-457), condividerei il parere dell’illustre Maestro scomparso, che l’antologia di Bove sia strutturata in modo e abbia contenuti tali da veicolare conoscenze, esperienze essenziali alla trasmissione e alla produzione di pratiche culturali e interculturali professionalmente e scientificamente utili a ciascun cittadino italiano, udente o non udente che sia. La notevolissima gamma di pratiche dialogiche, didattiche, che il libro documenta sulle professioni e sugli studi superiori, presenta dimensioni varie, estese e ricche di senso realmente democratico. Un libro di testo che, in qualche modo, riesca a “fare rete”.
Non avrei cioè dubbio sul fatto che quest’opera di Bove fornisca generosamente e originalmente gli elementi immaginativi, euristici e definitori di propositi, ipotesi e progettualità utili a fare uscire tutti i cittadini di media cultura dal limbo dell’inconsapevolezza e dell’irresponsabilità, dal purgatorio della non riflessione per volontaria insipienza o partito preso, e dall’inferno dell’irreversibile rinunzia al volere capire, nonché della resa all’accusa di “incapacitazione”. Che vuole dire incapacità indotta da incapacità e che produce, negli udenti, incapacità di ascoltare e, nei sordi, la rinunzia a farsi ascoltare. Incapacitazione, che si oppone a “ominazione”, che è invece la capacità a renderci personalmente uomini e ad aiutare interpersonalmente gli altri che lo volessero, ad esserlo.
Proprio Bove, nella Prefazione (ma è uno dei leitmotiv delle sue risposte alle lettere a Vespino), pone giustamente e polemicamente, l’accento sulla “socialità” in costruzione della persona sorda, inscindibile della socialità in quanto tale, di chiunque. Essenziale sempre, infatti, la bilateralità del processo di socializzazione. Afferma Bove, che “uscire dal silenzio del nostro guscio” deve voler dire collaborare soggettivamente e intersoggettivamente alla formazione di un linguaggio comune “altro”. Un linguaggio, che sia il risultato dell’intreccio di più modalità comunicative con le quali esprimersi, tanto per mezzo della la lingua dei segni, quanto con qualunque altra lingua non ammalata da “indifferentismo”. Impegnata, viceversa, ad esprimersi e a fare esprimere chiunque lo voglia. Compresi ovviamente i sordi.
Corrispondere apertamente, pubblicamente tra sordi, nella prospettiva del libro, ha significato per Vespino “farsi ascoltare”, “ascoltare”, “ascoltarsi e riascoltarsi”. Questo perché le “relazioni tecniche” sul mondo dei sordi, decisamente rivelatrici in tale ambito, comportano un’obbligatoria complementarietà: e cioè non solo un generico, “valido contributo alla storia dei sordi”, al fine di privilegiare la “conservazione di fonti autentiche” (che è il pregio più evidente dell’epistolario creato di Bove e dell’archivio degli originali che l’epistolario presume), ma anche di più. E cioè, intanto, i termini di un rapporto organico tra il brano di storia composto da Bove (da una parte) e l’ISSR come sede archivistico-istituzionale della storia dei sordi di Roma (da un’altra parte).
Perché se è vero che “la gente ama, sì, essere informata dei fatti nazionali e mondiali”, tuttavia è anche vero che essa “s’interessa soprattutto dei problemi locali, di ciò che succede nel mondo che più le è vicino, di quello che conosce non per ‘sentito dire’, ma per ‘presa visione’”. In ogni caso, una siffatta “personalizzazione” spalanca le “porte” e “apre spazi a nuovi interessi” (ivi, p. 10). E ancora: “I grandi pensatori e scrittori nascono, e si formano, da quest’inevitabile prima fase” (ibidem), per acquistare meriti e decollare verso lontani orizzonti. Che è, del resto, un argomento assai caro al Pigliacampo scrittore e che, non a caso, in ambito educativo e fatte salve le peculiarità formative di ciascuno e le evidenti differenze di contesto, si ritrova in educatori come Don Bosco e Don Guanella, Lev Tolstoj e Anton S. Makarenko, Maria Montessori, Don Milani, Danilo Dolci e altri. Ma questo è già un altro discorso.
Restando al volume di Bove, esso documenta proprio il movimento, il divenire dalla individuazione personalizzata alla interlocuzione dialogico-interpersonale, collettiva, per arrivare alla “naturale” estensione della interiorizzazione allargata, generalizzata, dei problemi del sordi come problemi di tutti. E viceversa. In questo senso, tra il leggere e lo scrivere lettere a Vespino, si stabilisce una sinergia funzionale, che diventa quasi un gioco delle parti. Il virtuale libro di testo è tale, in quanto viene facendosi attuale libro di contesto, che è poi quanto di più serve alla “causa” dei non udenti in quanto interlocutori necessari degli udenti. E viceversa. Perché è noto che la vera, assoluta, immodificabile sordità nasce e mette radici in assenza di contesto, in mancanza di socialità contestualmente vive.
Non si tratta (solo) di una provocazione. Né di una pura e semplice esigenza di risarcimento. Perché (se mi è consentita un’associazione di fatti di cui posso offrire testimonianza) c’è un rapporto preciso tra l’esperienza del maestro elementare di Rende (Cosenza), Italo Scalese, che fa imparare la lingua dei segni ai propri scolaretti, perfettamente udenti, non perché ne abbiano tecnicamente bisogno, ma sul presupposto etico, intrinsecamente democratico, della creazione di condizioni ambientali favorevoli all’accoglienza di bambini non udenti nella scuola pubblica.
Tra le altre, su questo tema, in Caro Vespino… ti scrivo! (La Famiglia dei Sordi Italiani si confronta), alle pp. 142-144, c’è una bellissima lettera anonima del 1994 (che per il suo anonimato ha corso il rischio di non essere pubblicata): una lettera, che è un inno alla fiducia e al coraggio come supreme tecnologie educative. E un’altra lettera, del 25 gennaio 2001, di una studentessa di psicologia di Siracusa, Giusy Ossino (alle pp. 368-369), che non sorda ha imparato la lingua dei segni. Una lettera che è, al tempo stesso, un forte atto d’accusa al “vivere nel silenzio”, che “non è un tormento, per alcuni, ma lo diventa quando la società fa del verbum uno strumento di sopraffazione”. Ed è un memorabile ringraziamento a Renato Pigliacampo, “che ho apprezzato come insegnante, psicologo, studioso e poeta” e “a tutti coloro che mi hanno donato nuovi occhi per ‘sentire’ il mondo” (ibidem).
Ecco perché mi piace concludere con una considerazione visiva extra, mega-fotografica, di Caro Vespino… ti scrivo. Come se, per mano di Luigi Mario Bove si fosse attivato un selfie gigante sui generis, capace di ritrarre l’intera comunità dei sordi, non a fini autocomplativi, narcissici, ma per cogliere un passaggio culturale e contestuale di vitale importanza individuale e sociale. Perché questo libro, come libro di testo, insegna che la conoscenza che si ha delle persone sorde e dei modi in cui esse interagiscono tra di loro e con gli altri è ancora molto inadeguata. E insegna che ogni persona sorda è in se stessa estremamente importante. Perché ha un potenziale illimitato, che può influenzare la vita propria e degli altri, all’interno del piccolo come del grande gruppo, all’interno delle comunità e delle nazioni, nei limiti e oltre i limiti della propria umana presenza e relativa incidenza.
Fino a quando i sordi e i non sordi non creeranno tutt’insieme un contesto che permetta a ciascuno di scoprire la vastità del suo potenziale, non avremo ancora saputo niente o quasi niente di noi stessi, dei nostri limiti e delle nostre risorse. Niente, del “segno” dove sono arrivate e dove possono ancora arrivare le sordità umane e le finezze dell’udito. Niente, del “momento” in cui la capacità di ascoltare i non udenti, da parte degli udenti, sia tanto progredita da risarcire la stessa disabilità uditiva delle medesime persone udenti.

Prof. Nicola Siciliani De Cumis

Lascia una Risposta

*

Il presente sito fa uso di cookie anche di terze parti. Si rinvia all'informativa estesa per ulteriori informazioni. La prosecuzione nella navigazione comporta l'accettazione dei cookie. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi