Dibattito nel PD

Una settimana fa, battezzando il neonato movimento ConSenso, Massimo D’Alema aveva evocato la scissione dal Pd in caso di elezioni anticipate. Adesso, seduto nello studio della sua Fondazione Italianieuropei nel cuore di Roma, e con il voto anticipato che appare una prospettiva sempre meno probabile, vede uno scenario diverso: “Se prevalgono buon senso e responsabilità – dice – riprenderà il percorso ordinario che porta al congresso del Pd. Ma l’obiettivo resta la discontinuità con la stagione renziana. Serve un cambio di contenuti e di guida”.

“Massimo D’Alema dice che il Pd è seduto su una polveriera? Ma chi accende i fuochi sotto la sedia del partito?”. Il ministro Graziano Delrio, a margine di un’iniziativa ad Ancona, replica ai cronisti alle parole dette dall’ex premier.

Bersani è sulla linea D’Alema. L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani detta quello che secondo lui dovrebbe essere il timing del Pd e del governo da qui al 2018. Senza troppi giri di parole: “E’ ora che tutti, dico tutti, dicano parole chiare: io sono per il voto nel 2018, perché il governo governi e da qui a giugno si faccia la legge elettorale e a giugno il congresso”, dice Bersani, invitando così il vertice del Pd a fare chiarezza sulle tappe “altrimenti, se non rimettiamo i piedi a terra, i cittadini non capiscono e andiamo nei guai non solo politici ma anche economici e sociali”. Quanto alla legge elettorale, per Bersani vanno tolti i capilista bloccati.

“Io, Franceschini, Orlando, Renzi, dobbiamo dire quando vogliamo andare a votare. Da quel momento metti in fila tutto: il governo, la legge elettorale, la manovra, il congresso, tutto. Si mette in ordine tutto. Altrimenti non si esce da questo circuito politico-mediatico e si incasina tutto”. Se, come lui auspica, si decide di votare nel 2018, “ne deriva che il governo deve governare e ha una serie di cose da fare, si fanno le elezioni amministrative, si fa qualcosa sui voucher su cui c’è un referendum”.

Oltre a ciò “a giugno parte il congresso Pd, che è la prima forza del Paese e deve fare il congresso in modo ordinato da qui a novembre. In una famiglia italiana normale, di cosa credete che si parli? Lavoro, redditi. Uno che guarda il nostro dibattito cosa credete che pensi di noi?” ha proseguito Bersani. “Abbiamo un Paese da governare, possiamo fare questi giochini qui? Ai cittadini sembra che stiamo in un sovramondo. Dobbiamo tornare con i piedi per terra e dire parole chiare, dire quando si vota e dire al Paese e all’Europa cosa si fa, serve un soprassalto di responsabilità”.

Intanto quaranta senatori del Pd della maggioranza e della minoranza interna hanno scritto un documento a sostegno del governo Gentiloni e per chiedere un rilancio del partito. “Sostenere il governo Gentiloni, nella pienezza dei suoi poteri; rimettere in piedi il Pd; lavorare a una legge elettorale omogenea per Camera e Senato; non concedere nulla alla pulsione antipolitica”: queste,si legge, le priorità per i 40 senatori (Tronti, Albano, Amati, Angioni, Bianco, Borioli, Broglia, Capacchione, Cardinali, Chiti, Cirinnà, Corsini, D’Adda, Dalla Zuanna, De Biasi, Dirindin, Fabbri, Ferrara, Filippi, Fissore, G. Rossi, Giacobbe, Granaiola, Guerrieri, Idem, Lo Giudice, Manassero, Manconi, Martini, Mattesini, Micheloni, Puppato, Ranucci, Sangalli, Silvestro, Sonego, Tomaselli, Vaccari, Valentini, Zavoli). “Sentiamo il bisogno di dare un contributo e prendere una posizione nel dibattito politico”, si legge nel documento. Per i firmatari occorre “un’azione combinata del governo e del partito” per affrontare tutte le problematiche, con in testa la “nuova questione sociale”.
Mentre sembra che non solo la minoranza, ma anche gli stessi renziani vogliano accelerare sul Congresso. Al punto da lanciare su Twitter l’hashtag: #famostocongresso. L’iniziativa è del senatore Stefano Esposito in risposta alla collega Alessia Morani, che cinguetta: “Ehi @matteorenzi ma perché non facciamo davvero il congresso? E vediamo con chi sta la nostra gente #congressosubito”. Esposito, così, risponde con #famostocongresso, facendo il verso al tormentone romanista per convincere a fare lo stadio della Roma.

“Io l’ho già detto: se non si vota presto, il congresso del Pd si può fare subito senza aspettare giugno”, replica poi il responsabile della Giustizia David Ermini. “Da mesi Renzi viene sottoposto ad attacchi arbitrari, quando è l’unico ad avere avuto il coraggio di dimettersi. Il Pd non ha alcuna paura della discussione. Si faccia dunque il congresso, dopo di che è lecito aspettarsi che tutti (nessuno escluso) rispettino con lealtà i risultati della discussione congressuale”, dice a sua volta Andrea Romano.

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