Cari compagni, addio

Dal sito Glistatigenerali.com

Articolo segnalato da Flavio Venditti, a firma di Alfio Squillaci

Cari compagni (scissionisti forse sì forse no, non si sa ancora),
ero certo, certissimo che sarei morto democristiano, ma tutto avrei pensato tranne che morire democristiano potesse essere una mia consapevole e libera scelta. Certo oggi i democristiani non hanno quelle guance soffici da sacrestani e non ti allungano più quelle mani molli che sapevano di profumo di rose o di saponette Palmolive. Oggi hanno pure il pizzo mefistofelico e la barbetta interessante alla Guerini, che pure ci prova a rinnovare il look sperando che io ci caschi e non lo riconosca come democristiano a mille carati. Le donne neo-democristiane, poi, sono anche avvenenti e lady like, esibiscono un bel vitino di vespa e non sono più quelle madri badasse di una volta.
Ma adesso ditemi cari compagni perché dovrei seguirvi? Giovane FGCI qual ero quando Pasolini poneva il suo sguardo benevolo su di noi profetando che eravamo la speranza d’Italia e quando segretario dei giovani comunisti era l’anziano vigneron Massimo D’Alema, cosa dovrei fare se alla mia sinistra, oggi, alcuni vecchi najoni della politica hanno cominciato a pasticciare come nemmeno Stanlio e Ollio a Honolulu Baby in compagnia di Emiliano, uno che dalle sue parti chiamano “cazzaro” dice Peppino Caldarola che adesso sta dalla vostra parte, ma che sornionamente non ricorda di averlo visto iscritto al Pci come lui Emiliano sostiene, perché « se uno così massiccio si fosse iscritto al Pci di Bari me lo ricorderei»?
Rimarrò col gruppone perché da vecchio compagno di strada sono contrario al frazionismo, all’estremismo, all’opportunismo e all’avventurismo. Il vostro è poi da sprovveduti. Finire con Fratoianni, un comunista bello e impossibile, che già ha tentato di mettervi il cappio al collo chiedendovi di votare contro il governo Gentiloni (e dunque di fare il gioco del Calandrino fiorentino che non chiede altro…) O finire come il caro compagno Mussi…L’ho visto in una foto di SI (Sinistra Italiana) a Rimini – il volto buono e congestionato del funzionario di partito con cui nei perduti ’70 feci qualche riunione di cellula universitaria – in prima fila nel gruppetto ex SEL, partitino consegnato con unanime congresso di vecchio rito antico e accettato a Fratojanni dal Majakovskij di Terlizzi, quello che ridacchiava al telefono con il tirapiedi del padrone all’indirizzo di un povero cronista che non faceva altro che il suo mestiere… e ho avuto un moto di tristezza. Come se n’è andata per sempre la nostra giovinezza! Ahi i perduti anni!
Ma ditemi, cari compagni, il vecchio centralismo democratico cosa avrebbe fatto di un Emiliano che organizza una campagna elettorale referendaria contro il suo segretario? Non l’avrebbe mandato a forza e di corsa a dirigere la sezione di Carbonia o di Polizzi Generosa? E ditemi anche: a cosa s’è ridotta la scaltrezza politica d’antan, nutrita di senso della “fase” e di ferree e studiate linee d’azione, oltre che di obbedienza cieca al segretario, di un gruppo di compagni che hanno mangiato pane e politica fin da quando avevano i calzoni corti e che si sono fatti soggiogare dal miraggio di un pugno di poltrone (ops seggi) non per tutti se andrà bene? Ma voi dite: Renzi ci avrebbe fatti fuori e con il proporzionale si tornerà a trattare col Pd a testa alta e non a occhi bassi e cappello in mano. Vorreste dire allora che, siccome siete cresciuti nei fasti della Prima Repubblica, a quella vorreste tornare, quando i voti si pesavano e non si contavano? E come Ghino di Tacco che tanto odiavate, adesso vorreste fare proprio come lui? Saltare addosso di notte al governo e iugularlo se non vi confanfera più? E ci avete fatto fare tutto questo giro per tornare alla Prima Repubblica? A Mariano Rumor e Pietro Longo?
E poi: ma come? Criticate il fiorentino Calandrino perché non ha curato il partito, questa roba tardo novecentesca, e poi come dice il Leader Maximo proponete di non chiamarvi più “partito” ma “movimento”? Forse anche MoVimento? Il Movimento del “ConSenso”. Trasecolo. Possibile? Ma s’è visto mai un più sconclusionato “contrordine compagni” di questo? E cosa sarà questo consenso? È forse quel buon senso che se ne sta nascosto per paura del senso comune come avvisava don Lisander? Ma siete sicuri di averne di Buon Senso con il ConSenso? Dite che non è questione di poltrone, che siete degli idealisti, seppur parodici, cioè con il taaaac incorporato della battuta sardonica visto che vi siete chiamati ridacchiando “Rivoluzione socialista”, ossia una crasi tra rivoluzione (che è stata sempre bolscevica) e tradizione socialista (che è stata sempre riformista). In Italia, fin dai tempi di Turati, la rivoluzione i socialisti non l’hanno mai voluta fare. E voi li chiamavate infatti socialfascisti proprio per questo. I socialisti riformisti volevano leggi sulle risaie per lenire il lavoro atroce delle mondine, non l’abolizione delle risaie. La rivoluzione saltava fuori tuttalpiù dall’exacerbatio cerebri di qualche intellettuale fuori di cranio come Bordiga o di vuoti retori come Bombacci (quello finito a testa in giù a Piazzale Loreto e che teorizzò addirittura i soviet in Italia) o il lost in translation tra il russo e l’italiano Giacinto Menotti Serrati…
Voi dite che sareste quelli veri, “quelli di sinistra”? Chi? Quelli che hanno votato massicci e compatti il fiscal compact, i voucher, il pareggio di bilancio in costituzione e la legge Fornero sostenendo responsabilmente il governo Monti? Ma c’era l’emergenza economica dite. Eh sì, perché adesso stiamo meglio? L’emergenza non c’è più? O forse siete realisti a intermittenza? O quando siete al governo? Mentre spingete il pedale sui “bisogni” quando vi accingete ad andare all’opposizione? Forse ritenete che il vostro realismo politico sia puro erotismo e quello degli altri pornografia?
Dite che il Calandrino di Firenze le ha sbagliate tutte. E citate il lavoro e la scuola. Il lavoro? Ebbene secondo Maurizio Ferrera del “Corriere” – lo so giornale borghese e scherano del bieco Marchionne- è la migliore riforma degli ultimi 25 anni quella di Taddei Co., seppur orribilmente chiamata “Jobs act” (quella sì una boiata pazzesca linguistica). Ma voi lo ricordate o no che fino a qualche decennio fa le riforme del lavoro in Italia non si potevano fare? Che fucilavano alla schiena i giuslavoristi non appena ci provavano? O voi preferite quella del “pacchetto Treu” (L. 24 giugno 1997, n. 196), votata da un governo “di sinistra”, da voi, pacchetto che nel disperato tentativo di “creare” il lavoro inventò quello interinale e occasionale (il macJob venne chiamato all’estero), i Co-co-co e i Co-co-pro, ma che venne votato, certamente con realismo e con le migliori intenzioni, di corsa, perché piaceva tanto ai sindacalisti che già c’avevano pronte le agenzie interinali nei cassetti e si inventarono dall’oggi al domani imprenditori del collocamento e del precariato mettendosi in proprio e diventando alcuni di loro straordinariamente ricchi?! E poi: come si può “creare” lavoro se non favorendo e incentivando l’imprenditoria? O non punendola? O forse pensate ancora che debba essere il lavoro a dettare legge al capitale? Prevedendo magari in subordine il salario come variabile indipendente? E infine: chi perora di più per il lavoro? Chi dall’alto di un castelletto di tessere di pensionati conduce una sorda guerra contro il truce Padrone facendo la voce grossa su un articolo 18 già cassato in buona parte dal precedente governo amico Monti, e magari sbigliettando, da sindacato datore di lavoro, corposi blocchetti di voucher? O chi alla fine procura 1800 posti di lavoro nella fabbrica rimessa in sesto?
La scuola, dite? Eccome no, e chi non sbaglia! Il riformismo a differenza delle belle rivoluzioni, dove non si fa che spostare il peso da una spalla all’altra, è un duro e triste lavoro. Sono allievo del Gattopardo e so senza citare autori ignoti ai più, che nelle rivoluzioni “tutto cambia perché tutto resti così com’è” ( nient’altro che Plus ça change, plus c’est la même chose di Alphonse Karr, redattore della rivista , “Les Guêpes”, ossia “Le Vespe”), so, dicevo, che il riformismo è “tentativi ed errori”. . E questo della scuola è stato un errore clamoroso, forse, visto l’inferno che ne è scaturito. Ma non bisognava almeno provarci? Dopo quarant’anni di caos, di concorsi non fatti, di ope legis perenni e sanatorie manovrate, di sgoverno della scuola; tentare non si doveva di mettere un po’ d’ordine? O forse la scuola è come l’URSS (ops!) che se tenti di riformarla viene giù tutto?
E l’ultimo governo prima di questo (che ne è la fotocopia) da voi ritenuto non adeguatamente “di sinistra” o forse biecamente di destra, è o non è quello che ha votato la legge sul caporalato, sulle unioni civili, sul “dopo di noi” e che ha avuto l’improntitudine di cacciare un sacco di quattrini per recuperare la carcassa di una nave piena di immigrati annegati? O che ha avuto l’impudenza di varare una riforma costituzionale fortemente voluta dal compagno Napolitano con la supervisione tacita della compagna Finocchiaro e sostenuta dal miglior giurista amministrativista su piazza come Sabino Cassese, ma non da voi che già vi preparavate alla spallata ? Non le chiamavano una volta “riforme di struttura”?
Addio compagni, addio, come il Migliore singhiozzerò “la sinistra se n’è ghiuta e soli ci ha lasciati”. Non appena mi sarò liberato dalla vostra stretta, correrò ad abbracciare, faute de mieux, il primo democristiano che mi capiti a tiro, toh il Calandrino di Firenze, che non mi piace per niente, che non so se voterò ancora ma che ha il vantaggio di essere vitale e mercuriale, un po’ fanfarone e loffio, sicuramente con le idee non tutte chiare in testa e una cultura da quiz televisivo, ma pieno di energia, cattivo, diabolico e feroce, e con la “cazzimma” come ebbe a dire ancora Peppino Caldarola che lo appoggiò all’inizio per poi disamorarsene strada facendo, uno col machiavellico esprit florentin in corpo, che tende trappole ai nemici ma soprattutto agli amici, al solo scopo di agguantare il potere, sì il potere che voi certo non disprezzate in quanto allievi del “nuovo Principe”, il partito, che adesso volete chiamare ahinoi movimento. Chi meglio di voi sa infatti che la conquista del potere è soggettivamente l’anima della politica, quella conquista del potere che tende trappole per afferrarlo come il mantello fuggitivo della storia (ché tale era la politica per Otto von Bismarck) e che è l’unico mezzo per portare a compimento i propri indirizzi politici e che un giorno indusse qualche giovane comunista tra voi a “correggere la storia” e a rottamare un latinista infartuato, il vecchio “Capannelle”, diventato per sbaglio segretario del più grande partito comunista d’occidente…

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