Cari compagni a chi?

Articolo a cura del membro del direttivo Circolo PD Fontana Liri Lino Bianchi. Cari compagni a chi?
Mio Compagno è colui che condivide con me un’aspirazione, un obbiettivo, una conquista;
colui che con me collabora alla realizzazione di un desiderio!
Ne abbiamo discusso, abbiamo confrontato le nostre opinioni e le nostre proposte, abbiamo concordato le cose da fare assieme.
Siamo COMPAGNI.
Sono stato sollecitato a “studiare” l’articolo “Cari compagni, addio” pubblicato su questo sito.
Dopo una sommaria lettura avevo già risposto che bastano 25 righe scritte per esprimere un concetto, il resto è solo aria fritta.
La sostanza dell’articolo può essere riassunta infatti nelle poche righe dove si sostiene l’aspetto positivo della vitalità manifestata da Renzi con le sue iniziative; 
e ciò indipendentemente dalla loro qualità e dai risultati raggiunti.
Dando così più importanza all’apparenza che alla sostanza delle cose.
In parole povere: va bene tutto purché serva a raggiungere il potere e restarci.
Arrivando addirittura ad un’altisonante paragone con il riferimento al “Principe”. (Machiavelli ?)
Il resto è solo una sterile polemica sul comportamento di chi ha scelto di lasciare il PD (Speranza, Bersani. ecc.)
rinfacciando loro di non aver votato al referendum i provvedimenti imposti in parlamento con la “fiducia”.
Non mi sento, poi, di chiamare Compagno chi mi costringe ad uscire dal Partito se non concordo sulle scelte fatte;
né si faccia riferimento al “centralismo democratico”, in questo partito dove almeno 101 parlamentari hanno votato contro Prodi senza avere il coraggio di metterci la faccia.
Eppure era stato proposto all’unanimità dal partito.
Dopo il referendum non è stato consentito di aprire una discussione di merito sui motivi della sconfitta e per ridefinire la linea politica del partito.
Un dirigente serio saprebbe farsi da parte! Anche il tanto criticato D’Alema si fece da parte quando la linea da lui seguita non ottenne il consenso sperato.
Il Segretario Dimissionario ha invece scelto la via del Congresso in tempi stretti puntando solo a contare i voti alle primarie.
Evitando il confronto, così come mai fu aperta una discussione interna al partito quando fu portato in parlamento ed approvato il “Jobs act” (espressione inglese per mascherare la disarticolazione delle regole del lavoro con l’abolizione dell’art.18 ed altre fregature nascoste in quella legge).
Oggi Renzi dovrebbe rendersi conto del fallimento delle sue scelte: è stato licenziato!
Ed in mancanza dell’art.18 non è previsto il “reintegro”.
Ne prenda atto anche se lo ritenesse ingiusto; potrà provare la stessa sensazione che prova ciascun lavoratore che, anche se riconosciuto di essere stato licenziato ingiustamente, non tornerà al suo posto di lavoro ma si vedrà sbattere in faccia una manciata di banconote chiamate “risarcimento”.

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