“Il mito di Foloe”

Tratto da: “ Le Avventure di Telemaco, figliolo di Ulisse” di François de Salignac de la Mote Signor di Fenelon (1651 -1715) Traduzione Serafino Bonaiuti – Londra 1805
In questa opera, pubblicata alla fine del 1700 e, in altre edizioni, nei primi anni del 1800, l’autore riferisce di una fonte, presso il fiume Liri, in cui l’acqua, “amariccia”, non permette la crescita di erba sulle sue sponde e narra il mito della ninfa Foloe, trasformata in fonte. Chiaro il riferimento al laghetto Solfatara, in cui l’acqua solfurea, di sapore particolare, non permette la crescita di erba e la presenza di pesci. Evidentemente lo scrittore francese è passato da queste parti o, comunque, ha avuto in qualche modo notizia di questa fonte. (A quest’opera fa riferimento il Preside prof. Luigi Lucchetti nel suo volumetto: “Il mio paesello” – Venezia – Tipografia Longhi e Montanari – 1891). L’opera, da cui sono stati tratti i brani di seguito indicati, è riportata integralmente sulla rete internet nella edizione del 1805, in cui il mito di Foloe viene narrato alle pagine 155 e 156, ed in quella del 1828 alle pagine 198 e 199.

Indi egli [Telemaco] corre a cercare Adrasto tra la folla, ma in passando precipitò nel Tartaro gran numero di combattenti. Cadde Ileo, che sul carro era tirato da due corridori pari in bellezza a quelli del Sole, e cresciuti nelle praterie irrigate dall’Aufido: Demoleonte, il quale in Sicilia aveva altre volte eguagliato Erice al cesto: Crantore amico di Ercole, e che gli diede ricetto, quando quel figlio di Giove, passando per l’Esperia, tolse la vita all’infame Cacco: Menecrate, pari a Polluce nella lotta: Ippocoonte Salapio imitatore di Castore nella destrezza e bella grazia nel maneggiare un destriero: Eurimede cacciatore famoso, e sempre bruttato del sangue degli orsi e dei cinghiali da lui uccisi sul nevoso dosso del freddo Appennino, e il quale, come dicevano, era stato così caro a Diana, ch’essa medesima aveva gli insegnato a tirar d’arco: Nicostrato vincitore di un gigante, che vomitava fiamme dalla gola, e abitava nelle sassose caverne del monte Gargante: Cleanto, che doveva sposare la giovinetta Foloe, figliola del fiume Liri.
Averla promessa il padre a quegli, il quale la avrebbe salvata da un serpente alato, cresciuto sulle rive del fiume,e che la doveva in pochi giorni divorare, giusta la predizione di un oracolo. Quel giovine, per eccesso di amore, espose la vita per uccidere il mostro, e riuscì felicemente: ma non poté gustare il frutto della sua vittoria, imperocché mentre Foloe, apparecchiandosi al dolce imeneo, attendeva con impazienza Cleanto, seppe aver lui seguito Adrasto in guerra e che la Parca invidiosa aveva crudelmente troncato il filo de’ giorni suoi. Fece la desolata fanciulla echeggiar de suoi gemiti le foreste e le montagne vicine alle rive del paterno fiume, inondò le gote e il petto di lacrime, lacerassi i capelli biondi; e dimentica delle ghirlande di fiori che soleva intessere, accusò il ciel come ingiusto. Poiché ella non cessava mai di piangere notte e giorno, gli Dei mossi a pietà del suo cordoglio, e sollecitati dalle preghiere del fiume, pose fine a’ suoi mali. A forza di versar lacrime fu subitamente cangiata in fonte, che sgorgando nel fiume va ad unir le sue acque a quelle del padre: ma l’acqua di quel fonte è anche oggidì amariccia; l’erba delle rive non dà mai fiori, e il tristo suo margine è solo ombrato da lugubri cipressi.

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