Piazza Grande, approfondimenti

piazzagrande«Noi vogliamo cambiare strada». Nicola Zingaretti chiude la prima mattinata della sua Piazza grande, a Roma, quartiere San Lorenzo. Alcune migliaia di persone arrivate da tutta Italia in questo villaggio nella ex Dogana, moltissimi amministratori locali, popolo di centrosinistra in cerca di una nuova direzione e di una nuova guida.

Sui muri campeggiano poster con frasi Martin Luther King, Pasolini, Margherita Hack, Arturo Spinelli. Un pantheon che vuole dare anima a una “nuova cultura politica” in grado di “rigenerare il Pd”. Ma anche di andare “ben oltre” il Partito che Zingaretti si candida a guidare.

Non un ritorno ai Ds, come i suoi detrattori insinuano. Ma la direzione è molto diversa dal Pd renziano. “No a strade già battute che hanno fallito”, spiega dal palco. “Ma neppure andare avanti sulla stessa strada”. L’obiettivo di questa Piazza grande è chiamare all’appello quel popolo disperso fatto di persone che “da sole non riescono a ribellarsi”.

Costruire una forza politica “popolare”, che “si ponga in ascolto di chi ha bisogno di noi”. L’idea è archiviare la stagione passata del centrosinistra, ricominciare con “umiltà e spirito di servizio”.

“Vorrei che un giorno si potesse dire che nel momento peggiore della storia repubblicana una parte di italiani si è rialzata in piedi e ha ricominciato a vincere”, confessa il governatore del Lazio, consapevole che la sua è una strada in salita, una “folle avventura” che vede negli amministratori del Pd (ancora moltissimi in tutta Italia) il suo vero “asse portante”, il terminale in grado di riallacciare i rapporti con le persone reali che hanno voltato le spalle ai dem.

“Finora le differenze a sinistra hanno significato rotture, la classe politica è stata scelta per fedeltà e non per merito e questo l’abbiamo pagato tutti”, la dura critica all’ultima stagione del Pd.

Renzi non viene mai nominato ma è sempre presente. Mai citato neppure il probabile competitor alle primarie di febbraio, Marco Minniti, che potrebbe annunciare a giorni la sua discesa in campo.

Zingaretti coltiva con cura il suo profilo ecumenico, e mette l’evidenziatore su un punto: “Questo è il posto dove cento idee diverse possono diventare una linea politica per il futuro”. Per Zingaretti questa non è la fase della polemica esplicita, semmai quella per disegnare un Pd dal profilo assai distante da quello renziano, a partire da temi come la sofferenza sociale e il lavoro.

Non a caso cita l’articolo 3 della Costituzione, quello che impegna la Repubblica “a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Una netta svolta a sinistra, corroborata dall’analisi sulla crisi della globalizzazione nell’ultimo libro di Goffredo Bettini, uno dei principali consiglieri del governatore.

La platea si scalda quando l’assessore Pierfrancesco Majorino grida al fascismo contro chi in una scuola di Lodi ha escluso le famiglie straniere dagli sconti per la mensa e lo scuolabus. O quando il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci chiama l’applauso per il collega di Riace Mimmo Lucano, simbolo di una politica di integrazione.

In platea il segretario dem Maurizio Martina che dice: “Penso che ci sia una battaglia fuori di noi da condurre contro questa destra ed ecco perché sono qui a chiedere a queste persone di ricordarsi che il nostro avversario sta fuori di noi, è questa destra pericolosa e noi dobbiamo unirci e aprirci”.

“Serve un congresso che parli al Paese, la questione sociale è quella decisiva”, ha aggiunto Martina. ”Io candidato? Ora lavoro per tutti, poi si vedrà”.

Presenti anche ex ministri come Roberta Pinotti e Giuliano Poletti (“È evidente che il Pd va rigenerato”), l’ex capogruppo al Senato Luigi Zanda, il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli, ex Sel come Franco Giordano.

C’è anche Andrea Orlando che loda l’iniziativa e stronca Minniti: “È una legittima proposta politica che tende a realizzare una continuità con l’impianto di questi anni».

Dopo i tavoli tematici, domenica mattina la chiusura con Paolo Gentiloni (uno dei principali sponsor insieme a Andrea Orlando e Dario Franceschini) e Bernice King, figlia di Martin Luther King.

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