Mozione congressuale di Bruno Astorre

Riceviamo e pubblichiamo la mozione congressuale del candidato alla segreteria del PD Lazio Bruno Astorre. 

Mozione Congressuale che candida Bruno Astorre a Segretario Regionale del Partito Democratico del Lazio

Da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano.
La filosofia che ispira questa mozione congressuale è riassunta in un insegnamento di vita che definisce l’utilità di qualsiasi esistenza collettiva. Abbiamo negli occhi la splendida manifestazione di piazza del Popolo, imponente a dispetto delle previsioni pessimistiche di alcuni commentatori tutt’altro che disinteressati. Il nostro popolo esiste ancora, nonostante errori e inadeguatezze. Ha risposto in massa a un appello di civiltà in un momento in cui proprio tutto sembrava sprofondare verso l’eclissi e l’oblio. Chiede, mentre parla Martina, gran voce, “UNITÀ!”.
Cos’è un partito ce lo ricorda quella piazza, che si fa comunità, la nostra comunità, di donne e di uomini, che abbiamo ferito e deluso ma che non ci hanno abbandonato e ci domandano di riprendere il cammino.
Non esiste “Io” senza “Noi”. “Io” è il grande nemico che ha circondato il Pd in questi anni, togliendo forza alle sue battaglie, depotenziandone gli obiettivi, vanificandone i risultati, persino laddove una visione politica avanzata c’era o avrebbe potuta esserci. “Io” è la ragione per la quale viviamo all’interno di un congresso permanente, sempre alla ricerca di una rivincita interna che ci consenta di sconfiggere finalmente il nostro avversario, o di ridurlo, se già sconfitto, al silenzio. E il nostro avversario, di solito, non è mai fuori da casa nostra. “Io” è la rappresentazione plastica di un partito che stenta, a undici anni dalla sua nascita, ad affermarsi come sistema di valori condiviso e accettato dal complesso della comunità che vi appartiene e bene sarebbe, in tal senso, utilizzare la fase congressuale alla quale andremo incontro non solo nel Lazio, per dedicarci finalmente alla costruzione di quelle ragioni di unità che avrebbero dovuto definire il tratto identitario del soggetto politico che abbiamo costruito e che è giunto il momento, oramai, di mettere in campo in modo pieno, per non sparire.
Così quell’“UNITÀ!” gridato a squarciagola dalla folla è più di uno slogan o di un grido di battaglia: è la piattaforma congressuale sulla quale erigere le fondamenta di un nuovo partito, precondizione necessaria per tornare a dare valore e dignità a quelle parole d’ordine, Lavoro, Cultura, Solidarietà, Sicurezza, Diritti, Libertà, Uguaglianza, che sono nostre, lo sono sempre state, ma che non sono arrivate ai cittadini, proprio quando pensavamo di averle declinate correttamente in un’azione di governo che è sembrata invece lontana dalle pulsioni e dai drammi, collettivi e individuali, della società degli ultimi, dove rabbia e squilibri sociali non si governano con un approccio di sufficienza.
Non c’è Riformismo senza Popolo, in nessuna forma di governo, men che mai in Democrazia. “UNITÀ, UMILTÀ, UMANITÀ” è il manifesto di una Sinistra che richiama il suo gruppo dirigente al proprio ruolo di coscienza collettiva, “Somma e non Divisione”, perché da soli si va più veloci ma insieme si va più lontano.

La batosta del 4 marzo e il “modello Lazio”
Veniamo da una sconfitta elettorale dolorosa che, il 4 marzo, ha relegato il Pd al minimo storico del suo consenso. Non è un fatto solo italiano, purtroppo. Sbaglieremmo se leggessimo il dato elettorale al di fuori del contesto internazionale che ci ha raccontato in questi anni il Mondo. Noi viviamo il tempo della crisi economica e sociale più grave che l’Occidente abbia conosciuto nel secondo dopoguerra e le grandi crisi generano mostri: la Gran Bretagna della Brexit, l’America di Trump, la MittelEuropa degli Orban e degli Hofer, la Germania dell’ultra destra, la Francia di Marine Le Pen.
L’Europa non è più vista come una casa comune. Folle è stato pensare che avrebbe potuta esserci unità economica senza la realizzazione di una piena unità politica. “L’Europa minima indispensabile”, quella del libero mercato, si è via via affermata al posto “dell’Europa massima possibile” della “Confederazione di Stati” e di quell’Europa dei popoli sognata da Altiero Spinelli. In nome del libero mercato abbiamo prodotto istituzioni comunitarie deboli, guidate da figure sempre più scolorite e di secondo piano, che invece di orientare i processi economici si sono premurate di non disturbarli.
In Italia, per cinque anni i nostri Governi hanno cercato di invertire la rotta dell’immobilismo provando a dar vita a una stagione di riforme che per ambizioni non aveva precedenti recenti nella storia d’Italia. Assetto istituzionale, Mercato del Lavoro, Scuola, Diritti Civili, Legalità, Pubblica Amministrazione, nessuna classe dirigente al Governo negli ultimi trent’anni ha provato a dare dignità a una sola legislatura varando un tale complesso di riforme nel tentativo di fornire una risposta alla sfida della modernizzazione del Paese. Pensiamo che di questo ci vada dato atto, anche per capire da dove è utile ripartire, evitando di gettare in un colpo solo il bambino con l’acqua sporca.
Purtroppo non ha funzionato e per diversi fattori.
Siamo apparsi arroganti e tracotanti in primo luogo. Abbiamo varato molti provvedimenti giusti, perfino necessari , ma raramente li abbiamo accompagnati con uno sforzo di condivisione e di costruzione collettiva dei processi che ad essi avrebbero dovuto sottendere. Dalla Scuola al Lavoro, abbiamo imposto le nostre misure dall’alto, prima ancora di aver provato a compiere uno sforzo di condivisione e di ascolto con parti sociali, operatori e responsabili di settore. Non esiste Riformismo senza Popolo, dicevamo prima.
La cosa che ha colpito di più, in relazione al Referendum del 4 Dicembre, è stato constatare come, a fronte di una Riforma Costituzionale condivisa inizialmente da una maggioranza ampia in Parlamento, al momento del voto la quasi totalità delle forze politiche, per ragioni diverse e non sempre comprensibili, si sono venute a trovare nel fronte del “No”. Vincere un Referendum in quelle condizioni era chiaramente un compito proibitivo. Non essere riusciti a costruire attorno agli argomenti oggetto della riforma, che potenzialmente presentavano tutti i requisiti per imporsi come necessari, quel consenso che avrebbero meritato, essersi dovuti cimentare con una campagna elettorale dove addirittura la discussione di merito è passata in secondo piano rispetto alle implicazioni politiche immediate che quel voto avrebbe prodotto, ha rappresentato probabilmente non soltanto il grande fallimento della scorsa legislatura ma anche e soprattutto una delle più grandi occasioni perse dall’Italia nella sua storia recente, cosa di cui non possiamo non portare su di noi il peso della responsabilità.
Quella sconfitta è stato il preludio e il presupposto per la catastrofe successiva perché non l’abbiamo capita, analizzata a sufficienza e quindi metabolizzata. Non abbiamo capito l’enorme distanza che si era determinata fra la narrazione dei risultati politici ed economici dei nostri Governi e la bassa percezione che di quei risultati c’era in quegli strati della popolazione che, più di tutti, avvertivano e avvertono il disagio sociale ed economico. Non c’è da stupirsi, quindi, se le elezioni politiche si sono trasformate nella débâcle che abbiamo vissuto.
Il fatto straordinario che nello stesso giorno delle elezioni politiche più di trecentoquarantamila elettori del Lazio che avevano votato per Cinquestelle e Centrodestra alle Politiche abbiano invece, alle elezioni regionali, scelto di premiare il Pd e “l’Alleanza del fare” con la quale il presidente Zingaretti è stato riconfermato alla guida della Regione Lazio, ci induce a interrogarci sulle ragioni per le quali questo modello di governo è stato premiato a dispetto delle difficoltà contingenti vissute dal nostro partito e come da questa esperienza sia possibile trarre elementi di insegnamento di quadro generale.
Scegliendo di confermare Zingaretti i cittadini hanno premiato una leadership al tempo stesso tranquilla e carismatica che ha governato il Lazio in anni difficili nei quali, a risultati complessivamente importanti, ad esempio nel campo della Sanità e Trasporti dell’economia regionale, aveva fatto riscontro una narrazione onesta dei problemi e delle difficoltà che la Regione si trovava, si trova e si troverà ad affrontare, mai sottaciuti.
In questi anni Zingaretti è riuscito a cementare un’alleanza politica e sociale ampia e plurale che, a livello regionale così come nei territori, ha reso compatibile con un unico progetto esperienze politiche civiche e sociali diverse, unite nella sintesi di un’offerta politica la cui carica di Sinistra e riformatrice è stata vissuta in armonia con le parti vive della società del Lazio che ne rappresentano la classe dirigente in senso lato.
Una legge elettorale regionale, che ha abolito il listino introducendo la doppia preferenza di genere, ha messo nelle condizioni le forze politiche di spendere nella battaglia elettorale tutte le candidature che avessero un rapporto più vivo e immediato con le comunità locali, un elemento questo di cui il Partito Democratico, soprattutto in funzione del suo radicamento territoriale, ha tratto i maggiori vantaggi.
In ragione di questo non possiamo non considerare quello del Lazio un modello politico, da spendere in vista di una riflessione più complessiva, che ci vedrà fra pochi mesi completamente immersi in una campagna congressuale nazionale, nella quale saremo chiamati a definire, scegliendo il nuovo gruppo dirigente nazionale, la rotta che il nostro partito dovrà intraprendere.

La politica del fare nel Lazio
In questi cinque anni di buon governo del centrosinistra il Lazio ha cambiato direzione, uscendo dal baratro in cui lo aveva gettato la gestione Polverini. Molto è stato fatto, grazie anche a una coalizione ampia e plurale. Molto è ancora da fare.
Nella Sanità in primo luogo, dove occorre proseguire il percorso virtuoso, iniziato anni fa per raggiungere l’obiettivo che sembrava impossibile dell’uscita dal commissariamento, per abbattere oggi i tempi delle liste di attesa e potenziare le strutture di pronto soccorso.
Nei Trasporti, dove bisogna incentivare la cura del ferro, rendendo la vita dei pendolari più facile, e proseguire nell’opera di rilancio del trasporto su gomma, dove tanto e bene si è pure fatto.

Occorre investire di più su Cultura ed Enogastronomia, vere nostre eccellenze e continuare ad investire di più su un turismo sostenibile che tuteli e valorizzi il nostro patrimonio e che crei ricchezza per i nostri territori
Rendere la Scuola, l’Università e il mondo del Lavoro delle opportunità per i giovani e non obblighi da assolvere o chimere da inseguire.
Salvaguardare e sostenere le Piccole e Medie Imprese che, a partire dai nostri distretti industriali, sono il vero motore dell’economia della nostra Regione. Non dobbiamo mai dimenticare che è il Lavoro a dare dignità alle persone, è questo che loro cercano e questo deve essere uno dei primi obiettivi della nostra azione politica.
Non bisogna mai abbassare la guardia, soprattutto in questo periodo “oscurantista” e “medievale” in tema diritti e pari opportunità: a partire dalla Legge 194 fino alle unioni civili, sui diritti non si deve tornare indietro, ma anzi lavorare insieme per nuove conquiste.
Proseguire nella tutela dell’Ambiente, portando avanti una politica di Sviluppo sostenibile del territorio, nella piena consapevolezza che non abbiamo ricevuto questo mondo in eredità dai nostri padri, ma ci è stato dato in prestito dai nostri figli, ai quali dobbiamo restituirlo, possibilmente migliore.
Un attenzione ancora più rigorosa la dobbiamo riservare alla tutela e messa in sicurezza del nostro territorio, continuando a lavorare tanto e bene come si è fatto, per dare una risposta ai territorio martoriati dal disastroso terremoto che ha colpito nel 2016 i comuni di Amatrice e di Accomuli
Dobbiamo operare per chiudere il ciclo dei rifiuti, portando a compimento il piano regionale e ingaggiando una battaglia affinché la Raggi si assuma le proprie responsabilità, giocando la partita su un tema dove le manchevolezze dell’azione del governo capitolino si stanno riverberando in maniera drammatica non solo sulla città di Roma, dove la situazione è palesemente al collasso, ma anche sul resto della Regione.
Continuare a porre attenzione ai temi della Legalità e della Giustizia, a partire dalla lotta alla criminalità organizzata e alla varie forme di mafia da cui, purtroppo, Roma e il Lazio non sono immuni.
Non smettere di declinare i temi della Solidarietà, dell’Accoglienza e dell’Integrazione in stretta correlazione con quello della Sicurezza per i cittadini, perché una comunità più integrata è anche molto più sicura e la sfida culturale dei prossimi anni sarà quella di rendere patrimonio di una riflessione collettiva il fatto che questi due concetti, Sicurezza e Integrazione, vanno affrontati insieme.
A partire da questi temi, senza sottovalutare gli altri che sono al centro dell’Alleanza del Fare, il PD del Lazio sarà sostegno e stimolo per i propri amministratori.

Un partito aperto e meno litigioso
Il grido di “UNITÀ” urlato convintamente a squarciagola dalla nostra gente in piazza del Popolo, abbiamo detto all’inizio, è il metodo imprescindibile sul quale dobbiamo erigere le fondamenta del nuovo Partito Democratico.
Il vero dramma del Pd in questi anni è stato il suo tasso di conflittualità interna che ne ha compromesso gran parte della credibilità. Lo è stato a livello nazionale: il modo in cui il gruppo dirigente del partito al governo del Paese è stato continuamente osteggiato anche al suo interno, in ogni momento saliente della scorsa legislatura, ci ha fornito una desolante e costante manifestazione di autolesionismo, irresponsabile nei confronti del Paese prima ancora che del Partito. In tal senso la prima cosa che dobbiamo augurarci con il prossimo congresso è che vengano definite le regole della nostra convivenza civile interna, a partire dagli obblighi di lealtà reciproca che devono vincolare tutti gli appartenenti a questa comunità politica che è nostra e dobbiamo sentire tale.
La conflittualità interna è un problema drammatico anche a livello locale, dove le guerre intestine sono all’ordine del giorno e monopolizzano il nostro dibattito, precludendo qualsiasi riflessione che abbia una proiezione esterna. Il nostro partito sul territorio è ben lungi dall’essere alieno da quei fenomeni di conflittualità degenerativa, che stanno minando le nostre fondamenta in modo irreparabile.
Abbiamo sostituito i concetti di unità e pluralismo con quelli di arroganza e distacco. Sono questi gli atteggiamenti più frequenti che, in molte campagne elettorali dei nostri Comuni, abbiamo dovuto fronteggiare, atteggiamenti infantili e stupidi, come è stupido l’egoismo di chi fa Politica senza avere, fino in fondo, contezza del fatto che, minando la nostra comunità, siamo tutti più deboli e più soli.

Tornare a vincere a Roma e nel resto del Lazio
Serve un’assunzione di responsabilità collettiva per intercettare quel sentimento di innovazione e di cambiamento che ci richiede la collettività. Il dato politico elettorale che salta agli occhi guardando al Lazio, è che dietro alla Regione e alla straordinaria affermazione del presidente Zingaretti, il Partito Democratico è oggi relegato all’opposizione in tutti e cinque i comuni capoluogo di Provincia. Il biennio 2016-2017 ci ha visto sconfitti dappertutto, a partire dalla disastrosa sconfitta nella Capitale. Tuttavia, e questo ci lascia ben sperare, nell’ultima tornata elettorale amministrativa del 2018, soprattutto in provincia di Roma e a Roma nel III e nell’VIII Municipio, abbiamo dato segnali significativi di inversione di rotta.
La sfida dei prossimi anni sarà quella di riconquistare tutti i grandi Comuni della nostra Regione, a partire dalla Capitale, dove occorre necessariamente lavorare per costruire un’alternativa di governo credibile che riconcili i romani con le istituzioni, dopo la fallimentare esperienza della giunta Raggi che tanto male sta facendo alla città e alla sua immagine.
Il Pd Lazio che immaginiamo sarà sempre al fianco dei suoi amministratori, non solo di quelli di oggi, ma anche di quelli di domani, anche attraverso una scuola di formazione per gli amministratori così da consegnare alle nostre città una classe dirigente preparata e pronta ad affrontare le sfide di ogni giorno.

Gli Eletti devono essere espressione del territorio
Le ultime elezioni politiche, come si accennava, hanno reso palese la distanza dal nostro popolo. Da un lato ci vantiamo di essere il partito della “partecipazione” e delle “primarie”, dall’altro, però, quando arriva il momento di scegliere i nostri parlamentari, elettori e iscritti non contano più. Una Direzione Nazionale, riunitasi alle tre del mattino a 40 giorni dal voto, catapulta nei collegi dei candidati senza che nessuno a livello locale possa votare, discutere o esserne quanto meno preventivamente informato. Le Province di Frosinone, Latina e Viterbo (circa un milione e mezzo di abitanti) Non hanno nessun eletto del PD tra i propri iscritti e militanti. Questo non dovrà più ripetersi. In tal senso come partito regionale del Lazio dobbiamo assumere tutte le iniziative tese a ridare centralità agli iscritti, agli elettori e ai militanti, nei processi decisionali che porteranno alla scelta dei nostri parlamentari nella prossima tornata elettorale per le elezioni politiche.
Il modello da seguire è quello delle Parlamentarie del 30 dicembre 2012, dove si è trovato un giusto equilibrio tra la rappresentatività del territorio e le esigenze nazionali.

Riforma del Partito: aperto ai giovani, al rinnovamento e alla società
Serve un partito in grado di vivere, come diceva Aldo Moro, “il tempo che ci è stato dato, con le sue difficoltà”. Troppo spesso però siamo i primi a non capire fino in fondo la società, a non intercettarne i sentimenti, e ci precludiamo così la possibilità di essere attrattivi. C’è la necessità di elaborare un modello organizzativo che sia frutto di una visione politica più avanzata, partendo da un’analisi degli strumenti della partecipazione e della discussione.
Da un punto di vista politico organizzativo occorrerà farci promotori di una riflessione seria tesa a verificare se l’assetto del nostro partito sul territorio sia confacente ad un modello politico produttivo per il partito ovvero necessiti di una diversa articolazione, se non addirittura di una vera e propria rifondazione. Questo discorso è soprattutto attuale in relazione alla situazione di Roma e della sua Città Metropolitana. La grave crisi politica e finanziaria della Federazione di Roma e la conformazione anomala della Federazione provinciale, soprattutto in relazione alle analoghe esperienze di governo sovracomunale del partito nelle città metropolitane del nostro Paese, suggeriscono l’urgenza di affrontare una discussione con mente libera alla quale non è più il tempo di sottrarsi.

Una nuova comunicazione
Dobbiamo porre attenzione anche alle forme di comunicazione verso l’esterno. Dobbiamo affiancare alle piazze reali, anche le piazze virtuali che molti hanno occupato prima e meglio di noi.
Occorre aggiornare gli strumenti della lotta politica, calandoli nella modernità del nostro tempo. Mettere al centro del progetto del partito i Giovani Democratici per capire insieme a loro come parlare a generazioni intere che ci sentono lontane. Dobbiamo favorire a livello regionale e nelle singole federazioni la formazione di coordinamenti territoriali, dipartimenti, forum tematici, scuole di formazione politica.
Il PD che immaginiamo non deciderà più da solo sui grandi temi, ma coinvolgerà i propri iscritti e militanti, attraverso una piattaforma digitale dedicata alle consultazioni.
Dobbiamo lavorare affinché i circoli non siano più vecchie sezioni chiuse o aperte solo per discussioni interne ma diventino il polmone delle comunità in cui viviamo , vero e proprio luogo luogo di elaborazione di idee e politiche dal basso. Il PD che immaginiamo deve individuare le migliori competenze ( dalle professioni al volontariato, passando per tutte le forme di impegno civico) da mettere al servizio dei circoli, per dare risposte ai problemi dei cittadini e indirizzarli verso le soluzioni migliori. Deve mettersi al servizio degli ultimi, come il popolo della Sinistra ha sempre fatto. Deve tornare a essere parte integrante del tessuto delle nostre realtà, riconquistare giorno dopo giorno la fiducia di donne e uomini, giovani e anziani.
La cosa straordinaria della Politica, che Gramsci immaginava come passione organizzata, è che incarna sogni e speranze, definendo chi siamo. Il senso della missione da cui dobbiamo sentirci pervasi oggi è quello di mettere la nostra testa e il nostro cuore al servizio di una collettività che ha smesso di sognare e di sperare. Se avremo la pazienza di cercare i sogni e le speranze di un popolo il tempo della Politica tornerà.

Lascia una Risposta

*

Il presente sito fa uso di cookie anche di terze parti. Si rinvia all'informativa estesa per ulteriori informazioni. La prosecuzione nella navigazione comporta l'accettazione dei cookie. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi