La pandemia mette a nudo la fragilità degli spazi in cui viviamo

Intervista all’architetto Marco Sacchetti, da facebook

Una riflessione dell’architetto Marco Sacchetti, nel momento del lockdown in piena pandemia, in attesa della Fase 2.

La pandemia mette a nudo la fragilità degli spazi in cui viviamo

Aspettando la cosiddetta fase 2, osserviamo come stanno cambiando e in che modo si vanno ridisegnando le nostre abitudini. Abbiamo scelto di coinvolgere designer, architetti e altri professionisti per avviare una riflessione allargata su questo tempo pieno di interrogativi.

Marco Sacchetti è architetto, vive a Cassino e si occupa della progettazione di asili nido, scuole, residenze, locali e spazi pubblici. Negli anni ha vinto importanti riconoscimenti partecipando insieme ai suoi colleghi a numerosi concorsi di progettazione. Ciò che lo affascina maggiormente del suo lavoro è la possibilità di indagare e conoscere come le persone si muovono, interagiscono e vivono nelle loro case e negli spazi della città.

Quarantena, smartworking, distanziamento sociale. Sta cambiando il mondo in cui viviamo?
La pandemia e il lockdown hanno cambiato le nostre modalità di confronto sociale e professionale. Ci riflettevo in questi giorni in cui i lavori in corso nei cantieri sono ancora sospesi per le disposizioni governative, ma, con i miei colleghi continuiamo a collaborare a distanza sulla parte progettuale per essere pronti per la ripresa. La tecnologia e la rete, in questo senso, ci stanno aiutando molto, sia a livello operativo, sia nel curare le relazioni tra colleghi e con i clienti.

Nonostante questo, non è facile per me – come immagino non lo sia per nessuno – rinunciare ai contatti diretti con le persone, rinunciare a toccare le cose, a sentire i luoghi. In questo tempo difficile mi manca il profumo dei materiali, il calore della luce sulle superfici, il mistero delle ombre, il confronto con gli artigiani che realizzano materialmente le cose. L’assenza della percezione diretta di questi elementi non mi aiuta a pensare bene, mi limita nell’immaginare nuovi scenari.

Di cosa è fatto il presente che stiamo vivendo? È soltanto un tempo di distanza, assenza e rinunce o ci sta anche restituendo qualcosa?
Per me il presente è l’attesa di tornare velocemente alla vita di prima. In questo intervallo di tempo – che spero sia il più breve possibile – il presente è dare risposte a domande per un futuro sicuro. Ma, ad essere sincero, questi giorni mi stanno anche riconsegnando la lentezza inaspettata di vivere le cose ordinarie e il piacere di approfondirle. Sto trascorrendo più tempo con mia figlia, riesco a stare con lei e a seguirla con i compiti senza le consuete mille interruzioni. E poi sto ritrovando il piacere di concedermi qualche momento tutto mio, uno spazio in cui ritrovare le cose che mi piace fare, fosse anche leggere le riviste che si erano accumulate.

Stanno cambiando le nostre abitudini, il lavoro, le relazioni, il rapporto che abbiamo con i luoghi pubblici. Che ruolo ha l’architetto nel disegnare nuovi scenari di vita sociale?

Credo che la pandemia e l’assetto globale che ne è derivato ci stiano cambiando e continueranno a condizionarci anche nel prossimo futuro. Ci saranno difficoltà e diffidenza nelle relazioni, almeno inizialmente, poi gradualmente arriveremo ad un nuovo equilibrio, ad una sorta di normalità aggiornata.
Dovremo usare anche gli spazi e gli edifici in modo differente e questo comporterà aggiornamenti tipologici che richiederanno una nuova gestione dei flussi e delle relative interferenze.Le immagini che ci arrivano in questi giorni dai social, dall’interno delle case, dai balconi, dai tetti, hanno messo a nudo la fragilità degli spazi in cui viviamo. C’è un grande lavoro da fare sull’edilizia residenziale pubblica.
L’architetto, per quel che gli compete, deve ascoltare ed accogliere le domande del presente e, in un continuo dialogo e confronto con l’esperienza del passato, fornire risposte per consentire alle persone di vivere meglio. Talvolta, quando le condizioni lo permettono, quando c’è un dialogo costruttivo con le pubbliche amministrazioni e gli imprenditori privati, l’architetto riesce anche ad indirizzare lo sguardo verso nuovi modelli, sostenibili e virtuosi. Per farlo occorrono contributi economici straordinari da parte dello Stato e concorsi a due fasi capaci di far emergere soluzioni progettuali adeguate che possano contribuire al miglioramento della qualità della vita delle persone.

Cosa vorresti conservare di ciò che stai vivendo ora?
Mi piacerebbe tener viva l’empatia di certi rapporti che si sono risaldati nella distanza, direi. Per il futuro la ricetta dovrebbe essere meno aridità e più cuore.

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