Un simpatico post dal web

Ripreso dal profilo facebook di Mattia Taxi Altobelli

Direttamente dal gruppo Quelli che… il ROCCI! arriva il GENIO ASSOLUTO

“Cari amici, qualche tempo fa qualcuno di voi ha postato una bella domanda, più o meno di questo tenore: che cosa vi è rimasto dei vostri studi liceali, in particolare del greco e del latino?
Sul momento non mi è venuta in mente una risposta univoca, e ho lasciato perdere. Ma poi, ripensandoci, mi è balenata la risposta: tra i numerosissimi e preziosi insegnamenti che la scuola “classica” mi ha dato, uno forse mi ha segnato di più: la curiosità per le parole, non solo per il loro significato e il loro suono, ma per la miriade di storie che si dipanano da ciascuna di esse, collegamenti tra lingue antiche e moderne, usi popolari e letterari, significati perduti e trasformati, e chi più ne ha…; insomma la convinzione che ogni parola, una più una meno, sia sempre una diacronica miniera di storie.
Questa curiosità mi caratterizza da sempre. Ieri ad esempio, girovagando in rete, mi sono imbattuto nella fondamentale notizia che Luca Tassinari, dopo aver partecipato al reality “La pupa e il secchione”, ha intrapreso la carriera di pornoattore interpretando il fim “Le pupe e il nerchione”. Qualsiasi diplomato geometra o ragioniere si sarebbe precipitato su YouPorn per visionare la pellicola, ma non io: in forza della mia formazione classica prelevo dallo scaffale il mio set di dizionari (Rocci, Badellino-Calonghi, Devoto) e la preziosissima Glottologia indoeuropea di Vittore Pisani, testo tanto ripugnante per i pivelli quanto fondamentale per noi linguaioli. La parola che attira la mia attenzione è, ovviamente, “nerchione”.
Subito mi sovviene il sonetto-catalogo del Belli (Er padre de li Santi) in cui il grande Romano perlustra le aree semantiche del pisello; verifico se il termine sia lì attestato:

Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.
Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.

Attestatissimo dunque, sia nella forma “nerchia” che in quella, evidentemente affine, “nerbo”. Qui mi soccorre il Devoto, che mi permette il primo viaggio verso il latino ‘nervus’ (‘neruus’) o, nella forma più volgare, ‘nerbus’, da cui il nostro ‘nervo’. I termini evidentemente alludono all’organo sessuale di noi maschietti, non nella sua ordinaria condizione di malloppetto molliccio e ciccioso, ma nei più rari stati di grazia in cui si presenta pimpante e nervosetto.
Mi conferma il tutto la Glottologia del Pisani, che, grazie ai preziosi indici, mi fa risalire all’umbro ‘nerus’ (cioè “pene”), all’antico irlandese ‘nert’ (virilità), ai nomi latini tipicamente maschili Nero-Neronis e Nerva, al nome sascrito Neru (ricordate il Nehru successore di Gandhi?), fino al più popolare (aggiungo io) Nero Wolfe.
Il balzo al nostro amatissimo Rocci è subitaneo: ????-??d??? (uomo, maschio), in cui alla radice indeuropea *ner/*nr si aggiunge un’alfa protetica (non quindi privativa) che dà sostanza fonica alla parola. Di qui tutta una serie di vocaboli che rimandano alle virtù guerresche e ad altre cazzate su cui noi maschi cazzuti abbiamo fondato la nostra presunta superiorità; di qui anche il nostro nome maschile (e sottolineo maschile) Andrea: adesso capisco perché il mio amico Andrea (nomen-omen) ha la fama di sciupafemmine, mentre io chiamandomi Paolo (paulus, piccino, piccoletto)… beh lasciamo stare.
E finalmente, cari amici, con le solide basi linguistiche che la mia formazione scolastica mi ha permesso di acquisire, posso finalmente dirottarmi su YouPorn e godermi il pornazzo.
Vale.”

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