La solitudine del sacrificabile Buschini

Da alessioporcu.it
Le dimissioni rassegnate da Mauro Buschini sono un atto non dovuto, non richiesto, non necessario. Il che impone una serie di riflessioni.
Il caso è quello delle assunzioni fatte in Regione. Sotto il profilo legale, tutti gli osservatori in questi giorni sono concordi: non c’è stata illegalità. Come prevede la norma, per risparmiare tempo si attinge dalla graduatoria aperta in uno dei Comuni vicini.

Chi sa come funziona, spesso partecipa ai concorsi proprio confidando nella riapertura delle graduatorie su richiesta dei paesi vicini. In quella graduatoria c’erano un mucchio di giovani dell’ambiente politico, provenienti da Pd, M5S, Lega. Uno riconducibile a Buschini.

Di fronte alle polemiche che ne sono seguite, il presidente ha preso la croce sulle spalle e si è dimesso.

Sbagliando. Perché quella decisione non l’ha assunta lui ma l’Ufficio composto da Buschini insieme ai vicepresidenti Devid Porrello (M5S) e Giuseppe Cangemi (Lega), dai consiglieri segretari Michela Di Biase (Pd), Gianluca Quadrana (Lista Civica Zingaretti) e Daniele Giannini (Lega).

Se Buschini doveva andare via per tutelare l’immagine dell’ente e lasciare immutato il prestigio ed il decoro della Regione, con lui dovevano andare via anche tutti i componenti dell’ufficio di presidenza che ha fatto quella scelta. Per quanto legale, come riconosciuto da tutti.

Andando via da solo, Buschini lascia il dubbio che a sbagliare sia stato solo lui. Invece, se sbaglio c’è stato, è collettivo.

Cioè che colpisce è il silenzio di Nicola Zingaretti e del Partito Democratico. Ha lasciato da solo, sotto il fuoco, uno dei suoi uomini più rappresentativi. Che – piaccia o no – alle scorse Regionali è stato in grado di spostare 30mila voti.

Ma forse è proprio questo a dare fastidio a Roma. E renderlo in bersaglio sacrificabile.

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