Nomadelfia, vita di comunità

Da vdnesw.tv
Accettereste di lavorare senza stipendio, rinunciando a ogni proprietà e persino al vostro cognome? Una scelta di vita difficile per la maggior parte di noi, ma che gli abitanti di Nomadelfia, una delle più grandi e antiche realtà comunitarie italiane, rivendicano quotidianamente. Tutti i nomadelfi lavorano per la comunità e vivono assieme in “gruppi familiari” nei quali crescono i loro figli, in parte naturali, in parte in affidamento. Nomadelfia è una realtà comunitaria che ha ormai più di settant’anni di storia ed è stata recentemente immortalata nello straordinario reportage fotografico di Enrico Genovesi edito da Crowdbooks. VD ha visitato Nomadelfia, in provincia di Grosseto, per raccontarvi la quotidianità di chi ha fatto una scelta di vita «semplice ma non banale», come spiega la nomadelfa Susanna.

Sulla cima della collina che domina la vallata di Nomadelfia si innalza una croce. All’ombra di quel simbolo, si estendono i terreni coltivati dalla comunità. Un’area punteggiata di “gruppi familiari”: veri e propri villaggi con una grande casa comune al centro circondata da due o tre edifici più piccoli, orti, serre e recinti per gli animali. Le famiglie vivono nelle case più piccole e utilizzano quella centrale per tutte le attività comuni della giornata, come i pasti. Susanna, nata a Nomadelfia, ci indica dall’alto della collina le diverse zone della comunità. Al centro della vallata spicca un tendone: «In quella zona ci sono la scuola, il campo sportivo, il cimitero e quello che noi chiamiamo bar, dove ci troviamo di solito la domenica pomeriggio. Negli altri edifici ci sono una falegnameria, una carpenteria e gli uffici, dove si trova anche il vastissimo archivio di Nomadelfia, che raccoglie le memorie del fondatore don Zeno. Quello è il gruppo Rosellana, dove vive anche Carlino (87 anni, il più anziano nomadelfo vivente, ndr) e dove c’è l’azienda agricola, con la stalla, il caseificio, la cantina. La stradina lì accanto porta alla diga e al bacino idrico. Lì sotto vive il gruppo familiare di Subiaco di cui faccio parte».

Un vero e proprio mondo, in parte autosufficiente, che ospita circa 300 abitanti, dove non esistono gerarchie tra le persone e ogni lavoro ha pari dignità. «La vita è guidata da scelte di sobrietà,» ci spiega Enrico Genovesi, fotografo che negli ultimi anni ha visitato spesso la comunità. «Si vive in modo frugale, ci si veste in modo semplice e non circola denaro. Gli abitanti sono organizzati come un’azienda agricola, ma nessuno percepisce uno stipendio e i beni vengono redistribuiti secondo i bisogni della comunità.» Una filosofia che è difficile comprendere dall’esterno. Mimmo, nato in Puglia ed entrato a Nomadelfia dopo il matrimonio con Sefora (che qui è nata), era un parrucchiere, mentre oggi è impegnato nella falegnameria della comunità. Spiega a VD che lì «nel lavoro bisogna trovare un equilibrio tra volontarismo e responsabilità. Nel resto del mondo devi essere efficiente e produrre tre volte quello che ti viene dato, altrimenti sei escluso. Qui ognuno fa ciò che può: se, ad esempio, sto lavorando in falegnameria e ci metto il doppio a fare un lavoro rispetto a un altro, non mi sento in colpa.» Mimmo ci ha messo del tempo per abituarsi a questo modo di gestire il lavoro, che definisce meno opprimente. «E poi c’è l’aspetto economico, che qui non conta, ci sono altre motivazioni: si lavora per offrire un servizio, non per questioni personali, ma di utilità collettiva.»

Un modo di concepire la vita e il lavoro che si rispecchia anche nell’organizzazione “politica” di Nomadelfia, come ci spiega Genovesi. «È una democrazia diretta che funziona perfettamente. Certo ci sono degli elementi che aiutano, il collante della religione è fondamentale, aiuta a superare tante cose». La base della vita comunitaria a Nomadelfia è, infatti, cattolica. «La parola chiave è “fraternità” (Adelphia in greco, che si accompagna al Nomos, la legge, ndr.)». Ci sono una presidenza e un consiglio degli anziani, sei donne e sei uomini, che hanno compiuto quarant’anni e sono nomadelfi da almeno dieci, che gestiscono le risorse di Nomadelfia, e le decisioni sono prese all’unanimità.

Le famiglie di Nomadelfia
Il tassello fondamentale della comunità è la famiglia, concepita come allargata e in condivisione con le altre. Ogni nucleo ha la sua storia: «Ci sono varie tipologie di coppie» racconta Susanna. «Per esempio, io e mio marito siamo nati da due famiglie che avevano scelto di vivere a Nomadelfia, ci siamo conosciuti qui, abbiamo fatto le stesse esperienze e poi abbiamo compiuto una scelta di vita. Lui è sempre rimasto qui, io invece ho studiato economia a Roma per cinque anni. Nel frattempo mi sono sposata e, finiti gli studi, la comunità mi ha chiesto di approfondire l’antropologia filosofica, che ho studiato sempre a Roma per altri due anni.» Susanna e il marito fanno parte della comunità dall’infanzia, ma ci sono coppie miste, oppure persone che si sposano all’esterno e si trasferiscono in seguito a Nomadelfia.

Diventare nomadelfi non è automatico, neppure per chi nasce nella comunità, ma richiede un percorso di tre anni chiamato “postulantato”. Per essere ammessi va fatta una richiesta ufficiale e va completata una formazione specifica, che prevede l’approfondimento del pensiero di don Zeno e la storia di Nomadelfia. «Alla fine di questi tre anni (o più, se serve),» spiega Susanna, «si può finalizzare questa scelta di vita. I postulanti partecipano quindi a una celebrazione durante la messa comunitaria della domenica, sotto il tendone centrale, in cui firmano la Costituzione di fronte alla comunità e a Dio.» La scelta non è irreversibile. «Se un domani dovessi cambiare idea, avrei la possibilità di lasciare Nomadelfia senza dover dare spiegazioni, come hanno fatto alcune famiglie o ragazzi a metà del percorso. Avere una forte motivazione è centrale per diventare un nomadelfo: motivazioni che per noi sono di fede».

Molte famiglie accolgono, anche per periodi brevi, bambini e ragazzi in affidamento: «Ci sono coppie disposte a prendere con loro ragazzi che hanno bisogno di una casa,» racconta a VD Sefora, la moglie di Mimmo, nata a Nomadelfia e cresciuta in una famiglia numerosa. «Non avevo neanche un anno quando i miei hanno accolto tre fratelli di otto, nove, dieci anni. Quando ho finito il liceo, ho fatto la volontaria in Brasile e molti mi chiedevano della mia esperienza. Io raccontavo che i miei genitori non avevano mai fatto differenze tra di noi. Nella mia famiglia siamo arrivati a essere più di venti.»

Famiglie così numerose sono possibili perché la gestione dei figli non ricade solamente sui genitori, ma su tutta la comunità, i cui nuclei cambiano composizione ogni tre anni. I bambini e i ragazzi crescono insieme, secondo un senso di comunità che annulla le differenze tra figli naturali e affidatari, fratelli di sangue e adottivi. L’accoglienza dei bambini è uno dei fondamenti delle origini di Nomadelfia, che risalgono all’Italia degli anni Trenta e all’esperienza di un sacerdote rivoluzionario: don Zeno.

La storia di Nomadelfia e di don Zeno
Per capire a pieno Nomadelfia bisogna comprendere lo spirito del suo fondatore, don Zeno Saltini, figlio di agricoltori benestanti di Carpi cresciuto tra fermenti cattolici e socialisti. Nel 1931, appena divenuto sacerdote, inizia a radunare i bambini senza famiglia o abbandonati nell’Opera dei Piccoli Apostoli, a San Giacomo Roncole, che sarà l’inizio della storia di Nomadelfia. Carlino, il più anziano nomadelfo in vita, fece parte di quella prima realtà. Racconta a VD: «Quando è morta mia madre, mio padre mi portò a San Giacomo nell’Opera, perché sapeva che don Zeno prendeva i bambini che non avevano una famiglia. Era il 12 maggio del 1937.»

L’8 dicembre del 1941 all’iniziativa di don Zeno si unisce la diciottenne Irene che ha accolto due bambini senza famiglia per far loro da madre. È la prima “mamma di vocazione” (donne che scelgono la castità e rinunciano al matrimonio per diventare madri dei bambini abbandonati di don Zeno). Per Carlino, che ha otto anni, è una scoperta: «Io non sapevo neanche cosa volesse dire la mamma, ho imparato questa parola in quel momento». Dopo Irene si aggiungono Maria Teresa, Norina, Jemina, Giselda, Elis, Enrica, Ada, Sirte, Zaira e Anna. Oggi le “madri di vocazione” sono sempre meno, ma per lungo tempo hanno rappresentato un punto di riferimento per il progetto di don Zeno, in particolare dopo il 1947, con l’arrivo dei tanti orfani di guerra. È in quell’anno che, a corto di spazio e di risorse, don Zeno e la sua comunità decidono di occupare il campo di concentramento abbandonato di Fossoli. È là che nasce la Costituzione di Nomadelfia.

L’occupazione, però, non piace al governo italiano. Puzza troppo di “comunismo” e anche il sacerdote non è visto di buon occhio a Roma. «Don Zeno era un prete rivoluzionario,» ci spiega Enrico Genovesi, «che per le sue idee si era messo in cattiva luce con la politica e la Chiesa di allora, motivo per cui Scelba decise di sfrattare Nomadelfia dal Campo di Fossoli.» Ma una nobile innamoratasi della causa di don Zeno, Maria Giovanna Albertoni Pirelli, regala loro una tenuta di 4kmq nell’area di Grosseto. La comunità di don Zeno si sposta nella vallata e crea il primo insediamento. «Oggi a Grosseto questa forma di utopia ha circa settant’anni di vita,» conclude Enrico, che l’ha esplorata con la sua macchina fotografica.

Nomadelfia vista dall’obiettivo di Enrico Genovesi
Enrico incontra Nomadelfia per caso e ne rimane affascinato. «Mi sono talmente innamorato di questa realtà che ho deciso di dedicarle un progetto a lungo termine,» racconta il fotografo a VD. «Dal 2017 alla fine del 2020 sono andato a Nomadelfia regolarmente per cercare di raccontarla con il mio sguardo. Quest’anno i tempi erano maturi per proporre la sintesi della mia esperienza in un libro, nel quale Crowdbooks ha creduto». Il libro “Nomadelfia. Un’oasi di fraternità”, che unisce le fotografie di Genovesi con i contributi testuali di Franco Arminio, Giovanna Calvenzi e Sergio Manghi, racconta la comunità con vivido realismo, ma anche con un tocco lirico. Dopo una campagna di crowdfunding di successo, l’opera uscirà a fine ottobre e sarà disponibile sia sul sito dell’editore che nei principali store online.

Alla base del libro c’è un aspetto documentario: la forza dell’opera di Genovesi sta nella sua capacità di catturare quei momenti che scandiscono la vita di Nomadelfia e riescono a raccontare l’atmosfera unica della comunità. «La scelta del bianco e nero è stata motivata da necessità evocative, per portare a riflettere e interrogarsi su quelli che sono i modelli di vita a cui siamo abituati e che diamo per scontati rispetto a quello di Nomadelfia, dove il ritmo delle giornate scorre quasi fosse rallentato.» Il bianco e nero, inoltre, descrive la natura sobria della vita di un nomadelfo. «Una sintesi assoluta che toglie tutto il superfluo». D’altronde, come dice Susanna, si tratta di «Una scelta di vita semplice, ma non banale».

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