I retroscena di Miseria e Nobiltà

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𝙄 𝙢𝙖𝙜𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙞 𝙧𝙚𝙩𝙧𝙤𝙨𝙘𝙚𝙣𝙖 𝙙𝙞 𝙈𝙞𝙨𝙚𝙧𝙞𝙖 𝙚 𝙉𝙤𝙗𝙞𝙡𝙩a’ 𝙨𝙫𝙚𝙡𝙖𝙩𝙞 𝙙𝙖 𝙋𝙚𝙥𝙥𝙚𝙣𝙞𝙚𝙡𝙡𝙤. 

Franco Melidoni, alias Peppiniello, è un bel signore prestante di settant’anni. Vive a Napoli, al Vomero, fa sport, gira in motorino e ha molti interessi, ma nel suo cuore sono rimasti il cinema e il teatro. Di sicuro ricorda ancora a menadito le sue battute di «Miseria e nobiltà», dove recitava come Peppiniello. «Vincenzo m’è pate a me!» era il tormentone ante litteram del piccolo protagonista che calcò il set al fianco di Totò ai tempi della suo massimo genio artistico. Melidoni dopo quella straordinaria esperienza ha cambiato strada, è diventato ingegnere, ha lavorato in Alitalia e ha vissuto addirittura in Angola.

𝙈𝙖 𝙩𝙤𝙧𝙣𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙖𝙡 𝟭𝟵𝟱𝟰: 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙖𝙘𝙘𝙖𝙙𝙙𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙫𝙚𝙣ne 𝙨𝙘𝙧𝙞𝙩𝙩𝙪𝙧𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙡 𝙛𝙞𝙡𝙢 𝙩𝙧𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙙𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙢𝙚𝙙𝙞𝙖 𝙙𝙞 𝙎𝙘𝙖𝙧𝙥𝙚𝙩𝙩𝙖?
«In realtà», racconta l’ingegnere, seduto ad un caffè di via Scarlatti, «la mia famiglia era nel settore. Erano tempi in cui i teatranti non se la passavano molto bene. Mio nonno Alfredo Melidoni era amico di Scarpetta e da lui fu autorizzato a mettere in scena tutte le sue commedie. Mio nonno lo faceva in molti teatri d’Italia. Mia zia Giulia Melidoni era l’attrice che interpreta Bettina in «Miseria e nobiltà» ma aveva lavorato anche con Viviani.
Un giorno arrivò l’aiuto regista di Mario Mattoli e disse a mia madre che a Roma in gennaio ci sarebbero stati dei provini per bambini». Quanti anni aveva? «Sette e mezzo. Decidemmo di provare. Ricordo un altro lungo viaggio in terza classe e l’arrivo esausto agli stabilimenti Ponti – De Laurentis».

𝘾’𝙚𝙧𝙖 𝙏𝙤𝙩o’ 𝙖l provino?
«C’erano Totò e Mattoli. Chiamavano i bambini, li facevano parlare, magari recitare una poesia. Poi andarono via e restammo soli mia mamma ed io, ad aspettare, ma i due non tornarono. Venne invece un signore della produzione e ci disse che ero stato scelto». Così, senza nemmeno parlare? «Sì. Credo che piacque il mio aspetto emaciato, visto che venivo da un viaggio in treno così stancante e morivo di sonno. Stavo lì, stanco, con i calzoncini corti, in un angolo».

𝙇𝙚 𝙧𝙞𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙢𝙞𝙣𝙘𝙞𝙖𝙧𝙤𝙣𝙤 𝙖 𝙜𝙚𝙣𝙣𝙖𝙞𝙤 𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙚𝙧𝙙𝙚𝙧𝙚 𝙡’𝙖𝙣𝙣𝙤 𝙨𝙘𝙤𝙡𝙖𝙨𝙩𝙞𝙘𝙤 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙘𝙚𝙨𝙨𝙚 𝙖 𝙈𝙚𝙡𝙞𝙙𝙤𝙣𝙞 𝙘𝙝𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙫𝙤𝙡𝙩𝙖 𝙖 𝙨𝙚𝙩𝙩𝙞𝙢𝙖𝙣𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙡𝙤𝙧𝙤 𝙖𝙪𝙩𝙤𝙢𝙤𝙗𝙞𝙡𝙚 𝙨𝙞 𝙧𝙚𝙘𝙖𝙨𝙨𝙚 𝙖 𝙉𝙖𝙥𝙤𝙡𝙞, 𝙖𝙡𝙡’𝙄𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙩𝙤 𝙁𝙧𝙤𝙚𝙗𝙚𝙡𝙞𝙖𝙣𝙤, 𝙥𝙚𝙧 𝙧𝙞𝙩𝙞𝙧𝙖𝙧𝙚 𝙞 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙞𝙩𝙞 𝙖𝙨𝙨𝙚𝙜𝙣𝙖𝙩𝙞 𝙖𝙡 𝙗𝙖𝙢𝙗𝙞𝙣𝙤 𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙜𝙣𝙖𝙧𝙚 𝙦𝙪𝙚𝙡𝙡𝙞 𝙙𝙖 𝙘𝙤𝙧𝙧𝙚𝙜𝙜𝙚𝙧𝙚.

𝘾𝙤𝙢’𝙚𝙧𝙖 𝙡’𝙖𝙩𝙢𝙤𝙨𝙛𝙚𝙧𝙖 𝙨𝙪𝙡 𝙨𝙚𝙩?
«Per me era come stare a casa. Molti degli attori, come Dolores Palumbo, erano amici di famiglia. E Totò era come un nonno. Anche se aveva 56 anni, ne dimostrava qualcuno in più, aveva già problemi agli occhi. I ciak per le luci li faceva sempre una controfigura. Sul set arrivava quasi in punta di piedi, già truccato e preparato da casa. E poi diventava un fuoco di artificio, quello che si dice sulla sua capacità di improvvisazione è assolutamente vero .L’abilità della spalla doveva essere quella di seguirlo nei suoi voli funambolici. Ed era sempre buona la prima, poi si girava una seconda scena per sicurezza ma non serviva quasi mai».

𝙇𝙖 𝙘𝙤𝙨𝙖 𝙥𝙞u’ 𝙘𝙪𝙧𝙞𝙤𝙨𝙖 𝙘𝙝𝙚 𝙫𝙪𝙤𝙡𝙚 𝙧𝙖𝙘𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙧𝙘𝙞
«Mi ricordo tutto come se fosse ieri. Soprattutto lo schiaffo che mi diede la Palumbo…». Schiaffo? «Sì, perché nella scena in cui dico che me ne vado dal mio compare perché nessuno mi vuole bene, non riuscivo a piangere… Mi misero anche delle gocce negli occhi ma niente. Così lei disse: ci penso io e mi mollò un ceffone. Che funzionò».

𝙀 𝙡𝙖 𝙛𝙖𝙢𝙤𝙨𝙖 𝙗𝙖𝙩𝙩𝙪𝙩𝙖 «𝙑𝙞𝙣𝙘𝙚𝙣𝙯𝙤 𝙢’e 𝙥𝙖𝙩𝙚 𝙖 𝙢𝙚»?
«Fu Franco Sportelli, il maggiordomo, a suggerire di insistere su quella frase, ed ebbe ragione. Ma è pur vero che la commedia di Scarpetta è tutta scritta, esiste».

𝙀 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙖𝙣𝙙o’𝙖 𝙘𝙚𝙡𝙚𝙗𝙧𝙚 𝙨𝙘𝙚𝙣𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙥𝙧𝙖𝙣𝙯𝙤, 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙏𝙤𝙩o’ s𝙖𝙡𝙩𝙖 𝙨𝙪𝙡 𝙩𝙖𝙫𝙤𝙡𝙤?
«Fu bellissima, coinvolgente. Ma andava per le lunghe e la pasta si fece fredda e scotta. Allora Totò cosa si inventò? Mise sotto la pasta sigarette che producevano il fumo. Poi salì sul tavolo e si sporcò tutto il vestito, facendo infuriare la costumista. E consegnando una scheggia di capolavoro alla storia del cinema».

𝙏𝙤𝙩o’ 𝙚𝙧𝙖 𝙙𝙖𝙫𝙫𝙚𝙧𝙤 𝙪𝙣𝙖 𝙥𝙚𝙧𝙨𝙤𝙣𝙖 𝙘𝙝𝙞𝙪𝙨𝙖 𝙚 𝙤𝙢𝙗𝙧𝙤𝙨𝙖 𝙛𝙪𝙤𝙧𝙞 𝙙𝙖𝙡 𝙨𝙚𝙩?
«Sì, è così. Lui amava dire che a casa sua abitavano insieme il principe de Curtis e Totò e che il principe viveva alle spalle dell’altro. In pratica erano due persone in una. Comunque era molto generoso, spendeva molti soldi per il suo quartiere, la Sanità. E per un canile di Roma. Poi aveva un conto aperto in un ristorante dove invitava chi non poteva permettersi di pagare. A casa sua ai Parioli riceveva poveri di ogni tipo, tanto da suscitare le proteste dei condomini. Così invece di incontrarli a casa, lo faceva sul marciapiede davanti casa».

𝘿𝙤𝙥𝙤 𝙦𝙪𝙚𝙡 𝙛𝙞𝙡𝙢 𝙝𝙖 𝙨𝙢𝙚𝙨𝙨𝙤?
«Due mesi dopo «Miseria e nobiltà», De Sica cercava un bambino per l’«Oro di Napoli»: «Mi avrebbe preso, ma mia madre si oppose. Disse: mio figlio deve studiare, quella dell’artista è una vita di sacrifici».

(𝙄𝙣𝙩𝙚𝙧𝙫𝙞𝙨𝙩𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝟮𝟮 𝙉𝙤𝙫𝙚𝙢𝙗𝙧𝙚 𝟮𝟬𝟭𝟲 𝙙𝙞 𝙁𝙧𝙖𝙣𝙘𝙚𝙨𝙘𝙤 𝙋𝙤𝙡𝙡𝙖𝙨𝙩𝙤).

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