Dalla pagina facebook di Fernando Riccardi
3 Marzo 1944: gelida primavera di guerra, di distruzione e di morte. La Penisola è spaccata in due.
Tedeschi e repubblichini al nord, angloamericani e la cricca badogliana al sud. Americani che, più conquistatori che alleati, si divertono a mantenere la gente nella miseria più nera.
Napoli è lo specchio fedele di tale disperazione. Si muore letteralmente di fame e non bastano sigarette e cioccolata per placare i morsi allo stomaco. Impossibile trovare pane, olio, farina, sale, uova, frutta, carne, ortaggi. Bisogna cercare altrove, magari nelle campagne.
Ma l’hinterland napoletano è in mano ai contrabbandieri. E allora bisogna andare più lontano.
Fino alle campagne lucane o pugliesi. Iniziano, così, i “viaggi della fame”. Frotte di disperati si aggirano nei pressi della stazione sperando di salire su un treno diretto a sud.
Ma sono solo due i convogli passeggeri che, in una settimana, collegano Napoli a Bari e trovare posto non è facile.
L’unica soluzione è viaggiare da da clandestini sui vagoni merci che viaggiano quasi tutti i giorni, profittando dei controlli non troppo rigidi.
Anche il 2 marzo del 1944 un treno merci, l’8017, parte da Napoli con destinazione Potenza. 47 vagoni, una ventina dei quali scoperti, trainati da due locomotive per superare le notevoli pendenze della linea. I carri sono quasi tutti vuoti: un’occasione irripetibile per quanti hanno deciso di fare il viaggio da “portoghesi”.
Nel corso delle varie fermate il convoglio si riempie di clandestini e in breve lasso di tempo su quel treno posto 600 passeggeri o giù di lì.
La giornata è inclemente con freddo, pioggia e qualche fiocco di neve. Il viaggio fila liscio almeno fino alla stazione di Balvano, a pochi chilometri da Potenza.
Ma, ad un certo punto, all’interno della “galleria delle Armi”, lunga 1.692 metri, si blocca. Le ruote scivolano sui binari viscidi e il treno non riesce a proseguire il cammino. Anche perché ci si trova in un tratto di una forte pendenza.
Malgrado gli sforzi dei macchinisti che gettano palate di carbone nella caldaia e sabbia sulle rotaie, non c’è verso di andare avanti. A un certo punto, anzi, il convoglio, che pesa oltre 500 tonnellate, inizia a retrocedere.
I ferrovieri, allora, si vedono costretti ad azionare i freni e così il treno resta bloccato.
E’ più o meno l’una del 3 marzo 1944. La tragedia si sta consumando silenziosa ma inesorabile. L’ossido sprigionato dalla combustione del carbone si diffonde velocemente nella galleria trasformandosi in una letale nube tossica.
Tantissimi restano soffocati passando, senza accorgersene, dal sonno alla morte.
Quando arrivano i soccorsi, allarmati dal fatto che il treno non era transitato in stazione, si trovano davanti ad una scena apocalittica: centinaia e centinaia di morti.
Parecchi stesi inanimati in mezzo alle rotaie. Intorno alle 5 il treno, rimorchiato, viene portato a Balvano con il suo triste carico di morte.
Quante furono le vittime? Difficile dirlo. Una lapide apposta qualche tempo dopo nel cimitero di Balvano parla di 509 morti, 408 uomini e 101 donne.
Il comando alleato fece del tutto per nascondere o, quanto meno, per minimizzare l’evento che resta, invece, il più grande disastro ferroviario d’Europa.
Una commissione parlamentare d’inchiesta, dopo un excursus rapido e lacunoso, si affrettò a considerare la sciagura dovuta a cause di forza maggiore non imputabili ad alcuno.
Al contrario una relazione stilata nel 1952 dal Ministero dei Trasporti concluse che il treno 8017 si fermò nella galleria perché il macchinista fu ucciso dalle esalazioni tossiche prodotte dalla combustione del carbone.
Carbone che era stato imposto dal comando alleato e che non era adatto ad essere bruciato nelle locomotive in esercizio a quel tempo.
Passato lo sgomento alcuni parenti delle vittime iniziarono un iter giudiziario presso il tribunale di Napoli allo scopo di ottenere un risarcimento. Il processo, lungo e tortuoso, si concluse nel 1959 quando gli uffici del Tesoro concessero 320 mila lire ai familiari, riconoscendo la responsabilità degli alleati.
I quali, dal canto loro, more solito, non stettero troppo a preoccuparsene. Dopo aver tentato in tutti i modi di insabbiare l’accadimento, per salvare la faccia davanti all’opinione pubblica, aprirono un’inchiesta i cui risultati non sono mai stati resi noti.
Sono ormai passati tanti anni da quella terribile tragedia. Si ricordano tanti eventi ma non quel maledetto treno 8017. Forse perché si trattava di gente affamata, di poveri straccioni in cerca di un tozzo di pane.
Forse perché si tratta di una storia triste di miseria e di disperazione che non conviene raccontare.

