Giornata della memoria

Dalla bacheca Facebook di Sergio Proia. 

Meditate che questo è stato… Ricordare è un dovere

«NON AVEVAMO LA MINIMA IDEA DI CIÒ CHE AVREMMO TROVATO»

I soldati dell’Armata Rossa arrivarono al cancello di filo spinato con su scritto Arbeit Macht Frei (“Il lavoro rende liberi”) il 27 gennaio 1945.
Yakov Vincenko fu uno dei primi a introdursi nel campo :” Nell’ombra, avvertii una presenza. Strisciava nel fango, davanti a me. Si voltò e apparve il bianco di occhi enormi, dilatati. Pensai ad uno spettro, mi assalì il dubbio di essere stato colpito, magari ucciso. Non sognavo, ero di fronte ad un morto vivente. Dietro a lui, oltre la nebbia scura, intuii decine di altri fantasmi. Ossa mobili, tenute assieme da pelle secca ed invecchiata. L’aria era irrespirabile, un misto di carne bruciata ed escrementi. Non sapevo dove fossi sbucato. Era buio, sabato 27 gennaio 1945. Dall’altra parte del grande cancello un gruppo di vecchi minuti, ma erano bambini. Solo dopo anni ho appreso di aver assistito allo schiudersi dell’ingresso dell’inferno. Quel giorno ad Auschwitz il mondo ha elaborato una coscienza della vergogna. Nemmeno noi, che abbiamo visto, ci volevamo credere. Ho sperato per anni di riuscire a dimenticare: poi ho capito che sarebbe stato comportarsi da colpevole, diventare complice. Così, ricordo. Non sono riuscito a comprendere come sia potuto succedere, ma a chi nega l’Olocausto dico: credete a me, che quando ero lì ho cercato di convincermi che non fosse vero.
Ho incontrato solo spettri. Nel campo restavano 17 mila prigionieri. Donne, bambini, malati: erano incapaci di muoversi, per questo erano stati abbandonati nelle baracche. I tedeschi non avevano avuto il tempo di ammazzarli tutti. C’era una puzza asfissiante, l’odore dolciastro e acre della morte che ancora mi pare di sentire. Sono passato davanti a scheletri accovacciati nella melma gelata. Non parlavano, mi seguivano con sguardi di terrore. Gli ultimi giorni, per fare in fretta, i nazisti li fucilavano a migliaia sul bordo delle fosse comuni, poi bruciavano tutto. Ho aperto le porte delle baracche: in ognuna polacchi, russi, francesi, tutti ebrei. Erano stesi, moribondi, qualcuno pregava, credevano li ammazzassi. Sulla tuta a righe, esibivano la la stella di Davide. Uno mi mostrò un numero tatuato sull’osso di un braccio. Mentre dicevo loro che erano liberi, li vedevo sollevati, gli occhi si riaccendevano: ma non avevano la forza di reggere una gioia.
La verità è che quel 27 gennaio nessuno di noi soldati si rese conto di aver varcato un confine da cui non si rientra, e che i prigionieri non seppero raccontare. Era chiaro che su Auschwitz incombeva qualcosa di terribile: ci chiedevamo a cosa fossero servite centinaia di baracche, quelle ciminiere, certe stanze con le docce che emanavano un odore strano. Pensai a qualche migliaio di morti, non alla fine dell’umanità.
Avevo 19 anni, nella notte mi sono lavato la divisa. L’unica volta, da quando mi sono svegliato in guerra, volevo togliermi di dosso l’orrore”.

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