Ingegneria borbone

Dalla pagina Facebook “la storia dei Borboni”. 

“Lassate fa’ ‘o Guaglione!”.

Con queste poche parole re Francesco I di Borbone delle Due Sicilie mise a tacere tutti i ministri, funzionari statali e sedicenti esperti che avevano iniziato a mettere in dubbio la fattibilità di un progetto arditissimo per il 1828: la costruzione sul fiume Garigliano di un ponte sospeso a catenaria di ferro, che sarebbe stato il secondo in Europa.

Certo gli inglesi, che avevano da poco terminato la costruzione del primo ed erano gelosi del primato, con le loro gazzette popolari ci avevano dato dentro nel remare contro!

L’ “Illustrated London News” in particolare aveva malevolmente espresso “vive perplessità sulle capacità progettuali dei napoletani” presagendo addirittura, da perfetto iettatore, “sicure vittime” nel caso in cui il progetto fosse stato portato a termine.

Per sfortuna loro e fortuna dei Napoletani però, il “Guaglione” in questione si chiamava Luigi Giura, ingegnere ed architetto trentenne, che proprio per evitare i problemi di cedimento strutturale paventati dagli inglesi e già verificatisi in altri Paesi (in particolare a Parigi, col “Pont Neuf”) aveva girato in quegli anni l’Europa in lungo e in largo per farsi una chiara idea sullo “stato dell’arte” in quella delicata materia.

Il bravo e scrupoloso ingegnere aveva così capito che il punto debole dei ponti altrui consisteva non nella loro progettazione, bensì nell’eccessiva flessibilità della lega metallica utilizzata, che la rendeva troppo sensibile alle oscillazioni causate dal vento e dai grossi pesi.

Se dunque forma e struttura del ponte erano nient’altro che il risultato quasi obbligato di una pur lunga serie di difficili equazioni matematiche, il problema principale era quello di limitare la flessibilità del metallo.

La soluzione la trovò sempre lui, l’ing. Giura, che fece realizzare presso le fonderie calabre di Mongiana delle maglie ferrose fortemente nichelate, poi sottoposte ad uno speciale trattamento stirante eseguito con una macchina ad “asta tesa” da lui stesso inventata, che ne riduceva dell’80 % l’elasticità, a tutto vantaggio della rigidità richiesta in condizioni estreme.

Il primo ponte sospeso della nostra penisola, completamente concepito e realizzato nel Regno delle Due Sicilie, fu così costruito in soli quattro anni, coi mezzi tecnici di allora: una bazzecola se si pensa alle tempistiche odierne per la realizzazione di infrastrutture di gran lunga meno impegnative.

Le sue dimensioni erano imponenti: 80,40 metri di lunghezza per 5,50 di larghezza, con colonne portanti alte 7 metri e del diametro di 2,50, abbellite da un’elegante ed artistica foggia “alla moda egizia”, tanto in voga in tempi in cui a fare notizia erano le imprese del famoso Giovanni Battista Belzoni, l’”Indiana Jones” di Padova.

Il “Ponte Real Ferdinandeo” fu così inaugurato il 10 maggio del 1832 da re Ferdinando II di Borbone, che lo attraversò più volte al passo ed al galoppo, alla testa di due squadroni di lancieri a cavallo e col seguito di 16 cannoni di artiglieria e relativi carriaggi.

Fu poi la volta del Vescovo di Gaeta alla testa di un’affollatissima processione, che si concluse in un tripudio di popolo.

Spiace che un’opera tanto insigne sia poi stata testimone muta di due terribili eventi bellici: la sanguinosa battaglia del 1860 che vide l’esercito borbonico ripiegare sul forte di Gaeta di fronte alle forze piemontesi e più recentemente il grave danneggiamento subito nel 1943 da parte degli occupanti tedeschi, che dopo averci fatto transitare sopra il 60 % della loro armata in ritirata verso nord lo fecero saltare.

Fu poi ricostruito nel 1998 e da allora lo si può ammirare nei pressi dell’area archeologica di Minturno.

(Testo di Anselmo Pagani)

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