Caro David Riondino

In ricordo di David Riondino, a cura di Michele Serra (da Repubblica.it)Riondino aveva molti e formidabili talenti tutti suoi (la scrittura in rima soprattutto) e ne ha lasciato traccia ovunque, come è emerso, alla notizia della sua morte, dalla impressionante quantità di racconti, memorie, testimonianze dei tanti che hanno lavorato con lui e dei tantissimi che lo hanno incontrato e applaudito. Ma è come se avesse incarnato – proprio lui, direi, meglio di ogni altro – una specie di talento collettivo, d’epoca, di generazione.
Veniva, come tanti ragazzi cresciuti tra la fine dei Sessanta e la fine dei Settanta (lui era nato nel ’52) da un’esperienza politica così intensa e trascinante da confondersi con la vita stessa. Esperienza totalitaria non tanto ideologicamente – anche se per qualcuno lo fu – quanto esistenzialmente. Era una piena immersione in quel fiume potente che investiva, ben oltre il suo alveo politico, letteratura, cinema, teatro, canzone, e impattava con la vita personale, i sentimenti, le forme dell’amore. Era quando si diceva «il privato è politico», come se nessuno potesse illudersi, in quella piena travolgente, di rimanersene al riparo, asciutto e indifferente. Boccalone di Palandri, gli interni giovanili di Andrea Pazienza, i libri di Tondelli, l’antipsichiatria di Laing e Cooper, la liberazione sessuale di Reich,Re Nudo, molto cinema e letteratura, e in fondo al percorso, volendo, mettiamoci Eskimo di Guccini (’78) che è una specie di addio malinconico e beffardo a quegli anni: «Tu giri adesso con le tette al vento / Io ci giravo già vent’anni fa».
Quanto l’invadenza esistenziale di quel modo di vivere pan-politico (poi mai più replicato, e non è semplice dire quanto sia un male, quanto un bene) abbia segnato la generazione di David e mia, nonché quella dei nostri fratelli appena maggiori, e appena minori, è storia nota. L’eroina e la P38 fecero il loro orribile reclutamento: tanto da far pensare, dopo che il movimento del Settantasette si spense nella sua estasi metà incendiaria metà goliardica metà funerea (lo so, sono tre metà: è per dire che era un movimento esagerato) che era finita lì. Per dirla spiccia, si era talmente esagerato, con la politica che ribalta il mondo, ribalta la società, ribalta la vita, che per contraccolpo sarebbe sorta inevitabilmente una stagione impolitica, i famosi anni Ottanta garruli e disimpegnati.

Anche David Riondino era permeato di quella stagione politica, quella che ebbe avvio nel Sessantotto (che in Italia fu nel ’69) e termine nel Settantasette, quella dei cortei operai e studenteschi, dei collettivi di fabbrica, delle assemblee a scuola, delle occupazioni, degli esperimenti goffi e spericolati di amori condivisi. Aveva iniziato a fare musica e teatro, a Firenze, in un collettivo di ragazzi intitolato a Victor Jara, il cantautore cileno rapito, torturato e ammazzato dagli sgherri di Pinochet. Respirò quell’atmosfera e quei discorsi, quelle “forme di vita nuova” che parevano in grado di ribaltare il mondo. Partecipò a quella stagione, e a quelle successive, sapendo sempre da quale parte stare – a sinistra. Ma la sua parte, proprio la sua, la vedeva tutta intera, l’esaltazione e le miserie, le illuminazioni e le ottusità: e ne sapeva ridere, come se fosse impossibile, senza una traduzione comica, capire il tragico (lo spiega il citatissimo aforisma, attribuito a tanti, da Karl Kraus a Freak Antoni, «il comico è solo il tragico visto di spalle»).

E seppe raccontarla, la vita sua e dei suoi giovani compagni, senza cinismo o distacco irridente: però volgendola in commedia e in parodia, ventenne, in anticipo sui tempi, precoce e irrequieto già in mezzo a quei Settanta che non avevano ancora schiuso le porte alla satira acida e nera, alla francese, del Male (nato nel ’78) e non lasciavano nemmeno immaginare Tango(’85) e Cuore(’89), che descrissero “da dentro” la morte del comunismo chiesastico, la sepoltura del Pci, l’addio all’ideologia come corazza, come guscio protettivo, il passaggio tormentato e vitale a una sinistra non confessionale. Forse più confusa. Dunque decisamente più simile ai suoi tempi.
Capisco quanto schematico possa sembrare suggerire che il senso dell’umorismo salva dal fanatismo, ma in fondo è esattamente questo che penso quando penso a David e a parecchi della mia generazione. Non basta l’intelligenza (lui ne aveva perfino in eccesso: quando parlava ti stordiva la velocità di certi passaggi logici chiari solamente a lui), serve quella qualità speciale dello spirito che è il senso del relativo e dunque il senso del comico: che scorge il dettaglio che incrina la retorica, coglie l’inciampo che guasta la solennità della parata. Una magnifica sequenza di endecasillabi, nelle poesie del fiorentino David, poteva celare senza preavviso, proprio nei momenti più aulici, il trabocchetto della beffa. La botola che ti inghiotte.
Se la politica è ragione di vita – deve avere pensato il giovane Riondino – allora tanto vale trattarla proprio come la vita: vederla tutta insieme, coglierne la serietà, la grevità, ma per carità non farsene schiacciare, non farsene intimidire. Come il cavaliere, minuscolo e indomito, che cavalca il mastodonte nelle tavole di Andrea Pazienza: la cavalcata è macroscopicamente superiore alle tue forze, ma se hai destrezza puoi mantenerti in arcione, con il vento in faccia. La destrezza, per quelli come David, fu vedersi in sella al mastodonte e riuscire a esclamare, al tempo stesso: «Sono grandioso!» «Sono ridicolo!». E nessuna delle due esclamazioni – questo è il bello – cancella quell’altra.
Ripensare a David ci aiuta, tra le altre, cose, anche a ripensare agli anni Ottanta in modo un poco meno inamidato. Il decennio archiviato come “quello del Riflusso” vide vivi e vegeti, e molto attivi, anche molti dei superstiti della stagione dell’impegno. I soccombenti, a pensarci bene, furono assai meno di chi da quella stagione aveva tratto, anche per via dell’impegno politico, la dimestichezza con la cultura e con l’arte. Letture, film, riviste, conversazioni lunatiche, oltranziste, presuntuose ma fervide, appassionanti. Una formidabile educazione sentimentale che non poteva non essere poi spesa anche lungo le strade di una ritrovata “normalità” dopo l’eccezionalità costante degli anni di gioventù.
David fu un vero e proprio maestro di questa restituzione, solida e ridente, di quanto aveva sognato da ragazzo, e di quanto moltitudini di ragazzi avevano sognato. Nel pantheon culturale della sinistra italiana, e della cultura popolare italiana in generale, David Riondino meriterebbe un posto ben visibile. Non fosse che la parola pantheon lo farebbe ridere.

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