Post di Gaetano Capuano (Colfelice).
La discarica non ci serve più.
E allora vogliamo riaprirla.
Sembra un paradosso, ma per capire cosa sta succedendo bisogna andare a Roccasecca, in provincia di Frosinone, e tornare indietro di quasi venticinque anni.
La discarica di Cerreto nasce nel 2002, negli anni della Giunta Storace e dentro la lunga stagione dell’emergenza rifiuti. Viene autorizzata in regime commissariale come soluzione provvisoria. Anche la scelta del sito genera da subito contestazioni e ricorsi. Poi succede quello che spesso accade alle cose provvisorie in Italia, restano. Arrivano nuovi provvedimenti, aumentano le volumetrie, si autorizzano ampliamenti e gli invasi diventano quattro.
Intorno alla discarica cresce anche un’altra storia, quella dei comitati, dei sindaci, delle associazioni e di migliaia di cittadini che per anni si sono battuti contro ampliamenti e nuovi conferimenti.
Era il 2013, Corrado Clini era ministro dell’Ambiente, Goffredo Sottile commissario per l’emergenza rifiuti di Roma. Per affrontare la crisi della Capitale si decise di utilizzare anche impianti fuori Roma e per il TMB SAF di Colfelice si arrivò a prevedere fino a 420 tonnellate al giorno di rifiuti romani.
E allora si arrivava all’alba prima dei camion, i sindaci con le fasce tricolori, i comitati, la polizia, centinaia di persone e poi i mezzi dell’AMA fermi sulla strada.
Non era soltanto una battaglia contro qualche camion. C’era una domanda molto più grande sul modo in cui il Lazio organizzava il proprio ciclo dei rifiuti e sul rapporto, non sempre equilibrato, tra Roma e il resto della regione.
Nel frattempo continuava la storia della discarica di Roccasecca, gestita da MAD, società riconducibile all’imprenditore Valter Lozza, per anni uno dei protagonisti del settore dei rifiuti nel Lazio. Una storia arrivata anche nelle aule giudiziarie con condanne pesanti, ma questa cronaca giudiziaria e mi interessa il giusto.
Nel 2021 la discarica chiude e uno potrebbe pensare che la storia finisca qui.
Invece oggi si torna a parlare del quinto invaso di Roccasecca, quasi 450 mila metri cubi di nuova capacità.
Ed è proprio adesso che succede qualcosa che rende questa storia ancora più difficile da capire.
SAF, la società pubblica dei 91 Comuni della provincia di Frosinone che tratta i rifiuti urbani, nel 2024 ha mandato in discarica appena lo 0,49% di ciò che ha lavorato e nel 2026, per fare un esempio, almeno fino alla fine di agosto, ancora zero.
I rifiuti naturalmente non sono scomparsi. Vengono recuperati, trasformati e in parte destinati alla produzione energetica. Ma il dato resta impressionante, la discarica almeno per il ciclo gestito da SAF, ha praticamente smesso di essere necessaria.
E allora perché riaprirla?
La domanda diventa ancora più interessante perché sulla discarica si sta muovendo Acea Ambiente, attraverso un’operazione per acquisire il ramo d’azienda di MAD relativo alla gestione dell’impianto.
Questo non significa che domani a Roccasecca arriveranno i rifiuti di Roma, non lo sappiamo e sarebbe sbagliato trasformare una domanda in una certezza.
Ma chi ha vissuto quello che accade dall’inizio di questo storia ha qualche ragione in più per farla, quella domanda.
Anche perché a pochi chilometri da Roccasecca, a San Vittore del Lazio, questo territorio ospita già uno dei principali termovalorizzatori della Regione e SAF contesta alla Regione la quota di capacità assegnata alla provincia di Frosinone, tanto da essersi rivolta al TAR.
Poi c’è Colfelice, dove vengono trattati i rifiuti, e c’è Re.Mat. a San Giorgio a Liri, società partecipata da SAF e impegnata nel recupero, il cui impianto questa estate è stato interessato da un enorme incendio su cui ancora si deve fare piena chiarezza.
Insomma, da queste parti il ciclo dei rifiuti non è una discussione teorica, lo abbiamo sotto gli occhi da più di vent’anni.
Ed è proprio per questo che non mi interessa ricominciare la vecchia guerra per stabilire dove debbano finire i rifiuti degli altri. Sarebbe troppo facile e soprattutto non risolverebbe nulla.
Mi interessa capire il disegno.
Se siamo riusciti a costruire un ciclo nel quale la discarica diventa residuale, perché programmiamo quasi mezzo milione di metri cubi di nuova capacità? Quali rifiuti dovrà accogliere il quinto invaso? Da dove arriveranno? Quale progetto industriale si immagina per Roccasecca? E come si tiene insieme tutto questo con San Vittore, SAF e con un territorio che da decenni sostiene una parte importante del ciclo regionale dei rifiuti?
Sono domande, non conclusioni.
Ma c’è una cosa che questa storia dovrebbe averci insegnato.
Nel 2002 la discarica di Roccasecca doveva essere provvisoria.
Nel 2026 stiamo discutendo del quinto invaso.
Adesso che siamo riusciti quasi a non averne più bisogno, prima di riaprirla sarebbe carino ci spiegassero a chi e a cosa dovrebbe servire.
O forse è chiedere troppo, Vossignoria?

