Post di Lorenzo Tosa
Isabella Marsilio ha 66 anni, insegna lettere in una scuola media di Roma. Ieri mattina un suo studente di tredici anni è entrato in classe con dello spray urticante e un coltello e l’ha colpita, mentre secondo le prime ricostruzioni avrebbe voluto riprendere l’aggressione.
A fermarlo è stato un altro tredicenne che ha visto la professoressa in pericolo, è intervenuto e ha bloccato il compagno armato.
Poi Repubblica intervista la docente e la storia diventa politica.
Perché Isabella Marsilio è una sostenitrice della remigrazione e quando il giornalista le fa notare che a salvarla è stato proprio un ragazzo di origini congolesi, lei non trova alcuna contraddizione: le sue idee rimangono esattamente le stesse, perché quel ragazzo è regolare, ha diritto di stare in Italia e meriterebbe una medaglia, mentre la remigrazione riguarderebbe chi arriva illegalmente e chi delinque.
Ed eccola qua, la grande truffa semantica della remigrazione. Sì, grandissima truffa.
L’idea che tutto questo enorme armamentario ideologico costruito intorno all’invasione, alla sostituzione etnica, riguardi semplicemente l’applicazione delle leggi sull’immigrazione clandestina.
Se fosse questo, tra l’altro, non servirebbe neppure inventarsi una parola nuova. Esistono già le espulsioni, esistono i rimpatri, esistono le leggi, esistono i tribunali.
Ma la remigrazione serve precisamente a dire altro.
E infatti basta andare sulla bacheca Facebook della professoressa, dove troviamo un post che dice:
“La società multietnica fa schifo”.
Capite? La società multietnica. Cioè esattamente quella dentro la quale la professoressa vive, lavora e insegna, e della quale fa parte anche il ragazzino congolese che poche ore prima le ha salvato la vita.
Non è violenza, questa?
C’è un particolare di questa storia che trovo persino più impressionante. Al tredicenne che l’ha aggredita con un coltello Marsilio offre immediatamente comprensione, dice di voler capire cosa gli sia successo e arriva persino a dire che vorrebbe abbracciarlo. Da insegnante lo capisco: per quanto difficile, riesci a vedere un ragazzino anche dietro un gesto terribile, vuoi provare a capire cosa gli sia accaduto, non riesci a ridurre un essere umano di tredici anni all’azione peggiore che abbia commesso.
Però poi c’è l’altro tredicenne, quello che le ha salvato la vita, e lì improvvisamente compare una condizione indispensabile: è regolare. La prof dice che se fosse stato irregolare “non sarebbe stato un suo studente”.
Pensate alla mostruosità del paradosso: il ragazzo che ti accoltella conserva ai tuoi occhi il diritto alla comprensione, alla complessità, persino a un abbraccio; un ragazzo nero deve comunque avere i documenti in regola prima di vedersi riconosciuto lo stesso diritto a essere un tuo studente.
La remigrazione è una violenza culturale che continuiamo a infliggere a milioni di persone, costrette a vivere sotto esame permanente, perché a un bianco è concesso essere semplicemente un individuo, essere buono, cattivo, intelligente, cretino, onesto, disonesto, generoso o delinquente senza che nessuna delle sue azioni diventi un referendum sul suo diritto a respirare la nostra stessa aria, mentre un ragazzo nero continua a essere chiamato a rispondere non soltanto di quello che fa lui, ma dell’intera categoria nella quale abbiamo deciso di rinchiuderlo.
E soprattutto non è vero che gli basterà avere i documenti in regola per essere finalmente trattato come tutti gli altri, perché è proprio questa storia a dimostrare il contrario: potrà essere regolare, potrà studiare nella tua scuola, potrà comportarsi bene, potrà persino rischiare la propria vita per salvare la tua, ma continuerai comunque a considerarlo parte di quella società multietnica che dici ti faccia schifo.
Poi ci domandiamo perché i nostri adolescenti palesino tanta violenza, tanto odio, una difficoltà sempre più spaventosa nel riconoscere l’altro come essere umano.
Ma chi dovrebbe insegnargliela, l’empatia?
Chi dovrebbe insegnare loro che una persona non è una categoria, un colore della pelle, una nazionalità, un documento, un nemico sul quale scaricare la propria rabbia?
Se tra gli educatori che dovrebbero farlo abbiamo persone che entrano ogni mattina in una scuola pubblica, guardano negli occhi ragazzi italiani, congolesi, rumeni, bengalesi, ucraini, filippini, senegalesi e poi tornano a casa a scrivere che “la società multietnica fa schifo”, forse quando ci domandiamo scandalizzati da dove arrivino tutta questa violenza, tutto questo odio e questa mancanza di empatia, qualche domanda sul mondo adulto dovremmo cominciare a farcela.
I ragazzi non crescono sotto una campana di vetro. Ci guardano. Ci vedono mentre ci filmiamo con gli spray al peperoncino (già!) contro chi odiamo. Ci ascoltano. E imparano da noi. Ovviamente anche la violenza.
Auguro alla professoressa Marsilio di riprendersi presto. Di tornare a insegnare, proprio no.

