A LAVA’ GLI PANN

Dal profilo facebook di Sergio Proia
A lavà gli pànn

Sbàtt’e, tuòrc’ gli pànn’ alla funtana,
rischiara all’e vaschie le lenzola,
t’attòcca fall’e ogni s’ttmana
i fati’e sempre da sola.
Le canzùne paisane ch’ cant’
cuopren gliù rumor’ dell’acqua
ch’ zompa dent a gliù sicchi’e vacant’, nsapòna gli pann’ i sciacqua.
La gent’e s’avvia a gliù ort’,
all’ cas’ spallat’e
i fischia senza pensà a ddumàn.
Attaccat’ a gliù murcanàt,
abbaia a tièmp, gliù càn.
Passa Meliucc’,
corr’ cu gliù carrettìn
ngima all prèt smòss,
Le ranocchi’e, sott’ l’ cann,
fann’ casìn saltènn dent’ a gliù fuòss.
Quann’e gliù sol s’àsa
ngima alla cerqua
i t’ncòce la schina,
r’mitt gli pann alla cunculina,
i sub’t r’entra alla casa.

A lavare i panni

Sbatti, torci i panni alla fontana,
rischiara alle vasche le lenzuola,
ti tocca farlo ogni settimana
e fatichi sempre da sola.
Le canzoni paesane che canti
coprono il rumore dell’acqua
che zompa dentro al secchio vuoto,
insapona i panni e sciacqua.
La gente s’avvia all’orto,
alle case spallate
e fischia senza pensare a domani.
Legato al melograno,
abbaia, a tempo, il cane.
Passa Emilio, corre col carrettino
sopra le pietre smosse.
Gracidano, sotto le canne,
le rane, saltando dentro al fosso.
Quando il sole si alza
sopra la quercia e
e ti scotta la schiena,
rimetti i panni alla concolina
e subito rientra a casa.
Sergio Proia

A lavare i panni

Rileggere questa poesia significa fare un salto indietro nel tempo, tornare a quei giorni semplici e autentici in cui la vita scorreva lenta, seguendo il ritmo della natura e delle stagioni. E per me significa soprattutto ritrovare l’immagine dolce e indimenticabile di mia nonna, Angelella, che accompagnavo alla fontana a lavare i panni.
Rivedo ancora quelle scalette da scendere, l’aria fresca del mattino, il verde dei campi, le querce maestose che offrivano un po’ d’ombra e le canne che crescevano lungo il fosso. Intorno, la campagna si risvegliava piano: l’acqua scorreva nelle vasche, le rane gracidavano tra l’erba, un cane abbaiava legato al melograno, mentre in lontananza si sentivano i fischi di chi si avviava all’orto e il rumore di un carrettino che passava sulle pietre sconnesse. Il sole saliva lentamente sopra la quercia, illuminando ogni cosa e portando con sé il calore di una nuova giornata.
In mezzo a questa natura viva e generosa, c’era mia nonna, china sulla vasca, con le mani arrossate dall’acqua e dalla fatica. Lavava, strofinava, torceva e risciacquava i panni con gesti antichi, ripetuti tante volte, quasi fossero un rito.
E mentre lavorava, magari canticchiava qualche canzone paesana, come se il canto potesse rendere più lieve quella fatica quotidiana.
Io le stavo accanto, forse senza comprendere fino in fondo il valore di quei momenti, ma felice di condividere con lei quel piccolo mondo fatto di gesti semplici, di silenzi, di voci familiari e di profumi di campagna.
Oggi, ripensando a quelle mattine, sento una dolce nostalgia che mi stringe il cuore. Mi mancano quei luoghi, quei suoni, quella luce, ma soprattutto mi manca lei. Mi manca la sua presenza discreta, il suo modo di fare, la sua forza silenziosa e quell’amore che non aveva bisogno di tante parole per farsi sentire. Allora tutto sembrava normale, parte della vita di ogni giorno; soltanto con il passare del tempo si comprende quanto fossero preziosi quei momenti che non torneranno più.
Questa poesia, con i suoi versi in dialetto, restituisce il sapore genuino di un mondo ormai lontano, nel quale la fatica si intrecciava alla bellezza della natura e la vita della comunità seguiva ritmi più umani.
Ogni rumore, ogni canto, ogni animale e ogni pietra diventano frammenti di memoria, capaci di riportarci a un tempo in cui si possedeva forse poco, ma si sapeva trovare tanta ricchezza nelle piccole cose.
E così, ogni volta che torno con il pensiero alla fontana dei Renzitti, non vedo soltanto una donna intenta a lavare i panni.
Vedo mia nonna, vedo me accanto a lei, vedo la campagna che ci faceva da cornice e sento ancora lo scroscio dell’acqua, il gracidio delle rane e il calore del sole sulla schiena.
Sono ricordi che il tempo non cancella, perché certe persone continuano a vivere dentro di noi nei luoghi che abbiamo condiviso, nei gesti che abbiamo imparato e nelle emozioni che ci hanno lasciato.
Forse è proprio questo il dono più bello della memoria: poter tornare, almeno con il cuore, a quella fontana, sedersi ancora una volta accanto alla propria nonna e rivivere, anche solo per un istante, la felicità semplice di esserle vicino.

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