Siamo in guerra

Da antimafiaduemila.com
“Siamo nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale “a pezzi” ed “ibrida” che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. A scriverlo nero su bianco non è un esponente dell’opposizione, ma l’Avvocatura dello Stato, l’organo che rappresenta e difende in giudizio lo Stato e le amministrazioni statali.
Il passaggio compare in una memoria difensiva depositata al Consiglio di Stato nell’ambito di una controversia nata da un’inchiesta giornalistica. A ricostruire la vicenda è stato Il Fatto Quotidiano, che ha avuto accesso al documento dell’Avvocatura.
Tutto comincia all’inizio dell’anno, quando la giornalista Linda Maggiori chiede all’Agenzia delle Dogane di conoscere quantità e tipologie dei materiali bellici transitati dal porto di Ravenna nel 2025, possibilmente con l’indicazione dei Paesi di provenienza e destinazione. Una richiesta di accesso agli atti presentata nell’ambito della legge 185 del 1990, che disciplina il controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito dei materiali di armamento.
L’Agenzia delle Dogane respinge la richiesta, invocando ragioni legate alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali. La giornalista, assistita dall’avvocato Andrea Maestri, impugna il diniego e ottiene una vittoria parziale davanti al Tar dell’Emilia-Romagna, che il 1° luglio stabilisce che i quantitativi dei materiali transitati debbano essere comunicati, mentre restano riservati i Paesi di origine e destinazione.
L’Agenzia delle Dogane contesta la decisione e presenta ricorso al Consiglio di Stato, con il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato. Ed è proprio nella memoria difensiva depositata in questa sede che compare il riferimento alla guerra mondiale “a pezzi” e “ibrida”.
Nel documento, l’Avvocatura attribuisce al porto commerciale di Ravenna una “rilevanza militare complessiva” e una “strategicità nel dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione”. Sostiene inoltre che la diffusione delle informazioni attraverso i mezzi d’informazione potrebbe consentire a potenze straniere di acquisire conoscenze sul ruolo strategico dello scalo. La riservatezza dei dati viene dunque giustificata anche alla luce di un contesto internazionale descritto come un conflitto globale, seppure frammentato e ibrido, che coinvolgerebbe direttamente anche l’Italia.
Non si tratta, naturalmente, di una dichiarazione formale dello stato di guerra. Ma il riferimento contenuto nella memoria resta significativo: un organo dello Stato richiama esplicitamente il coinvolgimento dell’Italia in una guerra mondiale «a pezzi» per sostenere le ragioni della riservatezza su informazioni relative al transito di armamenti. E, nello stesso documento, attribuisce al porto di Ravenna una rilevanza militare strategica che assume un peso centrale nella controversia.
Secondo l’avvocato Maestri, tuttavia, questa rilevanza sarebbe stata introdotta soltanto nel giudizio d’appello, senza che risulti un provvedimento del ministero della Difesa che formalizzi la classificazione del porto in tali termini. Il legale sostiene inoltre che l’accesso ai dati sia indispensabile per consentire ai cittadini e ai giornalisti di verificare il rispetto della legge 185 del 1990 e, più in generale, di esercitare un controllo democratico sul commercio degli armamenti.
Il Consiglio di Stato, che ha discusso il ricorso l’8 ottobre, deve ancora pronunciarsi nel merito. La decisione sarà importante non soltanto per stabilire quali informazioni possano essere sottratte all’accesso pubblico, ma anche per definire il confine tra esigenze di sicurezza nazionale e diritto dei cittadini a conoscere le attività che riguardano il transito di materiali bellici sul territorio italiano.
La questione assume un rilievo ulteriore alla luce delle dichiarazioni del Governo sulle forniture militari a Israele. Maggiori sostiene di aver documentato, già nel 2025, il transito attraverso Ravenna di armamenti destinati a Israele e provenienti dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria. Se tali transiti riguardassero materiali soggetti ai divieti previsti dalla legge e se ne fossero accertate le condizioni di illegittimità, si aprirebbe una questione concreta sulla compatibilità di quelle operazioni con la normativa italiana. La legge 185 del 1990, infatti, prevede specifici divieti di esportazione verso Paesi coinvolti in conflitti armati in determinate condizioni e verso Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, nei casi stabiliti dalla norma.
Resta dunque una domanda che va oltre la singola controversia giudiziaria: se il transito degli armamenti è una questione di sicurezza nazionale, chi può verificare che avvenga nel rispetto della legge? E se la riservatezza viene invocata proprio in nome di una guerra che coinvolgerebbe anche l’Italia, non diventa ancora più necessario garantire che le regole sul commercio delle armi siano rispettate e che gli organi democratici possano esercitare il proprio controllo?
La sicurezza nazionale non può trasformarsi in una zona sottratta a ogni verifica. Perché, se il segreto serve a proteggere lo Stato, non dovrebbe mai diventare uno strumento per impedire ai cittadini di sapere se quello stesso Stato stia agendo nel rispetto delle proprie leggi.

Lascia una Risposta








 Acconsento al trattamento dei miei dati personali (Regolamento 2016/679 - GDPR e d.lgs. n. 196 del 30/06/2003). Privacy Policy.

Il presente sito fa uso di cookie anche di terze parti. Si rinvia all'informativa estesa per ulteriori informazioni. La prosecuzione nella navigazione comporta l'accettazione dei cookie. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi