Dal profilo facebook di Lorenzo Tosa
Domenica sera Luciana Littizzetto ha dedicato una lettera splendida, ma veramente splendida, umanissima, ai genitori.
Sono parole che, di colpo, rimettono insieme i cocci, ricuciono ferite, rimettono le cose nella giusta prospettiva.
Se solo gli esponenti di questo governo avessero un decimo di questa visione, di questa empatia, di questa intelligenza emotiva.
Fa così:
“Caro papà e cara mamma,
in piedi davanti alla questura o a casa con il cellulare in mano, genitore 1 e genitore 2, genitore di maranza, papà-ranza e mamma-ranza, ma anche mamma di una figlia delle Giovani Marmotte, che ieri, quando hai sentito la frase «Ciao ma’, io vado in centro», hai pensato: «Ma non potresti andare a combattere gli Houthi, che sto più tranquilla?».
Io ti capisco.
Quando ti chiama la questura e ti dice «Abbiamo qui suo figlio», ti si accorcia la vita di colpo.
Vorresti sprofondare, prendere una di quelle talpe automatiche che fanno le metropolitane e scavare, scavare, e poi sotterrarti lì sotto.
Perché quando tuo figlio è in questura è come se il colpevole fossi tu.
Tu che hai tutti i punti della patente, che paghi l’IMU persino per le case del Monopoli, che hai una fedina penale candida, lavata col Chanteclair.
Per i genitori vedere il figlio in TV è motivo di orgoglio, se ci finisce perché canta, di sicuro. Se ci finisce mentre spacca una vetrina, l’orgoglio diventa vergogna.
Ma io ti capisco, cara mamma o caro papà, che ti rompi la schiena dalla mattina alla sera per guadagnare un salario da fame e tenere su la baracca. E le ore corrono e tu non riesci a stare dietro a tutto.
E capisco anche te, che sei un professionista in carriera, quasi sempre in viaggio, pressato dagli impegni, e tuo figlio lo vedi da poco a quasi mai.
La vita è dannatamente difficile e gli adolescenti hanno l’enorme talento di renderla ancora più un casino.
Sono esseri mitologici, mezzi bambini e mezzi adulti, che sanno come prendere la tua esistenza, stracciarla e farne brandelli.
Ma come? Un attimo fa era un bambino che si mangiava le caccole, ora spacca le vetrine e ruba le scarpe.
Ma come? Un attimo fa sembrava felice, adesso sembra di avere in casa Jacopo Ortis che gioca alla PlayStation.
Fare i genitori in questi anni è come arare il Polo Nord: fatica immensa per raccogliere pochi frutti.
Tu, mamma, tu, papà, siete gli unici influencer che non ascoltano.
E allora che esempi gli vuoi dare?
Il presidente degli Stati Uniti fa il bullo.
Quello dell’Argentina va in giro con una motosega.
Quello di Israele lasciamo perdere.
Su TikTok sbancano quelli che si filmano mentre mangiano cinquanta hamburger in un colpo solo, oppure si danno fuoco alle scorregge.
E quindi?
Quindi, proprio in questi tempi di repressione e di pene sempre più severe, a noi adulti è rimasto il compito più difficile.
Capire.
Capire che non è giustificare.
Capire che non è assolvere.
Capire è non fermarci alla colpa, domandarci la causa.
Lo dobbiamo fare noi genitori, ma anche voi politici di maggioranza e di opposizione.
Ci concentriamo sul colpevole, sulla sua punizione, perché è più facile, più immediata, raccoglie applausi.
Ordine e disciplina. Autorità dello Stato.
Uno Stato autoritario, ma sempre meno autorevole, che delega alla polizia la gestione dei problemi.
Un Paese che sta regredendo, con i deboli sempre più ai margini, anche da ragazzini.
Capire significa vedere che prima della vetrina sfasciata, forse, ci sono dei destini già sfasciati in partenza.
Non si distruggono i negozi per ribellarsi alla cultura. Si sfascia perché si è vuoti di senso, si è soli, pieni di rabbia, di furore.
Rompi tutto perché non hai uno straccio di futuro, non hai più niente da perdere.
Ti rimane farti vedere.
Una foto da pubblicare sui social, un passamontagna che ti fa sentire un eroe.
È il «tanto ormai» che ci ha rubato ogni pensiero di cambiamento e di futuro.
Quindi, caro collega genitore, rispolvera una sana tradizione casalinga: il litigio.
Ma non quello freddo su WhatsApp e neanche il silenzio passivo-aggressivo.
Ma il sano, vecchio e dignitoso litigio tra genitori e figli.
Che volino i vaffa***? Eh sì.
Lascia che parli, che gridi, che pianga.
Tu stacci dentro.
Fagli sentire che c’è un adulto nella stanza, che quella rabbia, alla sua età, l’ha avuta anche lui.
Alla fine sarai esausto, ma non hai alternative.
Ricaricati e vai avanti, perché quello che ci serve per uscirne non sono più militari nelle strade, ma più dialoghi nelle case.
E ricordati che il più grande personaggio della letteratura italiana è Geppetto, il papà di Pinocchio, che anche lui era un bel maranza.
Collodi non lo dice, ma secondo me Pinocchio le vetrine dell’IKEA o della Foppapedretti le avrebbe sfondate volentieri.
Però Geppetto non molla mai.
Ama talmente quella testa di legno che ha messo al mondo che lotta, si danna l’anima, si fa inghiottire addirittura da una balena, ma alla fine riesce a far diventare il suo burattino un bambino vero.
Se ci è riuscito lui…”
Grazie Lucianina.

