Israele, il commento di Gianni Cuperlo

Post di Gianni Cuperlo 

Erano le elezioni più importanti degli ultimi decenni per diverse ragioni: per il loro carattere referendario sulla politica praticata da Netanyahu dopo il pogrom del 7 ottobre, per le ricadute che avrebbero avuto sullo sbocco della guerra illegale mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, per comprendere l’impatto elettorale della crescita demografica di elettori ultra ortodossi e radicalmente conservatori.

Chiuse le urne, né la maggioranza uscente né l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot sono in condizione di ottenere la maggioranza di 61 seggi sui 120 membri della Knesset (il numero di eletti necessario a formare un governo).

Le elezioni hanno consegnato un risultato molto significativo per i partiti arabi che dovrebbero contare su 19 eletti, ma al momento questo risultato non sembra possa tradursi in una alleanza con Eisenkot (ipotesi esclusa in modo all’apparenza inappellabile).

Tra i molti commenti di queste ore fa riflettere la posizione di quanti sostengono che la dialettica democratica maturata in queste elezioni rappresenti la smentita più evidente delle accuse di genocidio rivolte al governo Netanyahu: forse sul punto merita ricordare come la Commissione indipendente delle Nazioni Unite sui diritti umani abbia da poco affermato il contrario spiegando come tra il cessate il fuoco annunciato il 10 ottobre 2025 e la fine di settembre 2026, i raid siano proseguiti causando la morte di 1431 palestinesi a Gaza (tra cui 300 bambini).

Sul piano più strettamente storico e politico, mi sembra utile riportare un passaggio dell’intervista di Anna Foa all’Avvenire uscita stamane: “Che il ritorno in Israele debba coincidere con un “ritorno alla Bibbia” avviene con l’affermazione del sionismo religioso. Una visione ideologica messianica che si riallaccia direttamente alle sezioni più bellicose del testo biblico, quelle legate alla conquista della terra, intesa come segno del patto tra Dio e il popolo ebraico. Si tratta in sostanza di un progetto nazionalistico e suprematista ebraico in cui la presenza palestinese viene ignorata o ridotta a una condizione di aperta subordinazione e apartheid, configurando un’idea di Israele votata alla guerra e non alla pace”.

La conseguenza di queste frasi è nella consapevolezza che da una eventuale prosecuzione del governo attuale non può che derivare una continuazione della guerra con nuove tragedie, lutti e sofferenze.

Tornando al risultato dei partiti arabi cito dall’inviato di Repubblica, Fabio Tonacci: “Oggi torno a votare, bisogna scegliere tra il male e il male minore” fa, con un tono non privo di una certa solennità, lo psichiatra sessantottenne Ahmad Nassar. Da più di 10 anni non toccava la scheda elettorale, pur ammettendo con se stesso che per lui, impiegato nel prestigioso ospedale universitario Hadassah e puntuale contribuente, fosse una contraddizione. “Mi ero convinto che le elezioni fossero oramai un esercizio senza rilevanza, soprattutto dopo l’affermazione della legge fondamentale sul nazionalismo israeliano del 2018 che ha tolto all’arabo il rango di lingua ufficiale paritaria”.

Lo scenario da qui alle prossime settimane e mesi? Difficile dirlo (semplicemente impossibile per un profano quale sono io). Esiste l’ipotesi di nuove elezioni ravvicinate, ma concretamente ci saranno almeno alcuni mesi dove la maggioranza in carica potrà proseguire nella sua azione. Nel frattempo, il mondo (compresi noi) rimarrà sospeso in attesa di prendere le misure di quella crisi medio-orientale che sta condizionando gli equilibri globali.

Netanyahu non ha vinto. Ma neppure ha perso. E la tragedia continua.

Un abbraccio

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