Dalla pagina facebook Abolizione del suffragio universale
Provarono a farlo tacere i nazifascisti, distruggendogli la tipografia.
Ci riprovò Silvio Berlusconi, facendolo cacciare dalla Rai.
Gli tolsero il programma, il microfono, cinque anni di televisione. Ma Enzo Biagi continuò a raccontare la verità. Fino alla fine.
Oggi, 6 novembre, sono diciannove anni dalla sua morte.
Sette mesi prima, il 22 aprile 2007, torna in televisione su Rai Tre con un programma nuovo, RT.
Ha ottantasei anni e la voce che trema appena. Chiede scusa ai telespettatori per la commozione, poi trova la battuta: c’è stato un intervallo ed è durato cinque anni.
Quell’intervallo comincia a Sofia, il 18 aprile 2002. In conferenza stampa accanto al premier bulgaro, Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset, accusa Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di aver fatto un “uso criminoso” della televisione pubblica. E ricorda ai nuovi vertici della Rai il loro “preciso dovere”: impedire che accada ancora.
I vertici eseguono.
Il Fatto, i cinque minuti dopo il Tg1 con cui Biagi racconta l’Italia da sette anni, sparisce dal palinsesto. Due anni più tardi una giuria lo proclamerà il miglior programma giornalistico dei primi cinquant’anni della Rai.
Lui, intanto, ha più di ottant’anni, è fuori dalla tv pubblica e in quello stesso giro di anni seppellisce la moglie Lucia e la figlia Anna.
Chi lo ha messo alla porta ha a che fare con un uomo che il mestiere lo ha imparato con i nazisti alle calcagna.
Nato nel 1920 a Pianaccio, un pugno di case sull’Appennino bolognese, dopo l’8 settembre sale in montagna con le brigate di Giustizia e Libertà. Lassù nasce “Patrioti”, un giornale con un solo redattore: lui.
Ne decide la linea, ne riempie ogni colonna e intanto batte la Linea Gotica per raccontare la guerra che vede con i suoi occhi. Nelle valli arrivano così, quasi in diretta, le notizie che la propaganda nazifascista copre ogni giorno di menzogne.
Quando i tedeschi lo scoprono, gli riducono la tipografia in macerie. Lui riprende la penna e va avanti.
Il 21 aprile 1945 gli Alleati entrano a Bologna. Al microfono della radio, a dire alla sua città che è libera, c’è Enzo Biagi.
Ha ventiquattro anni. Davanti ne ha altri sessanta di giornalismo e pochissimi in Italia lo faranno così a lungo e così bene.
Quindici anni dopo dirige Epoca. Nel luglio del 1960 a Reggio Emilia la polizia spara sulla folla e uccide cinque operai: Biagi racconta la strage per quello che è, il governo Tambroni se la lega al dito e lui deve lasciare la direzione.
Poi il Telegiornale, il Resto del Carlino, il Corriere, decine di libri, Linea diretta, le grandi interviste. Mezzo secolo di lavoro tenuto insieme da una regola che ripete a chiunque: “L’informazione è un servizio pubblico, come l’acquedotto”, e nelle case degli italiani lui acqua inquinata non la manderà mai.
Una regola elementare, che chi scambia la Rai per il proprio ufficio stampa trova ancora oggi insopportabile.
Muore a Milano quell’autunno, a ottantasette anni. Lo riportano a Pianaccio, tra le montagne in cui da ragazzo ha fatto la sua scelta e lo salutano come ha chiesto lui: con Bella ciao.
Ha deciso da che parte stare a ventitré anni. E ha voluto che si sentisse forte e chiaro anche nel giorno dell’addio.
A lui, il ricordo e il ringraziamento di tutte e tutti noi.


