Yehuda Widewski

Dalla pagina facebook di Abolizione del suffragio universale

Nel 1978 un uomo ben vestito si inginocchiava nel fango di una palude a Lodz, in Polonia, con una spazzola in mano ed una bottiglia d’acqua.

Era una scena davvero strana: cosa diavolo ci faceva un signore così distinto tra i rovi, i pantani e le zanzare?

No, non era impazzito.
Cercava la tomba di sua nonna, Hinda.
Diceva essere lì, da qualche parte, in quel disastro di spine e grovigli.

Se lo ricorda lui.
Ricorda il posto in cui abitava: quando quella non era una palude, ma un ghetto Ebeaico.
Ricorda l’ultima volta che la vide.
Prima che i soldati del regime arrivassero.
Prima che mettessero a fuoco i loro quattro stracci.
Prima che la portassero via.
Prima che portassero via tutti.

Quella tomba era lì vicino.
Le tombe di centinaia di persone dimenticate da 30 anni erano lì vicino.

Quell’uomo è rimasto lì. Ha passato i successivi quarant’anni della sua vita a fare esattamente questo: inginocchiarsi nella terra, raschiare via il muschio e restituire un nome e una dignità a più di tremila morti.

Quell’uomo si chiamava Yehuda Widewski.
Ed è morto nei giorni scorsi, a 107 anni.
Era il più anziano sopravvissuto di Auschwitz.

Lì dentro ci era finito nell’agosto del 1944: sulla banchina gelata gli avevano strappato i genitori e il fratello Gabriel, inghiottiti in un pomeriggio nel fumo nero delle “docce”.

Oggi che se n’è andato, la prima cosa che mi sale in gola è una rabbia feroce.

Perché so già cosa comincerà tra cinque minuti.
Comincerà l’osceno banchetto degli sciacalli.
Arriveranno i commentatori da salotto a tirarlo per la giacca.
Arriveranno a chiedersi da che parte stesse, quali fossero le sue posizioni politiche, cosa pensasse delle guerre e delle macerie di oggi.
Arriveranno a volerlo arruolare a forza per sventolare una bandiera, per vincere una rissa da bar sui social, per giustificare il sangue del presente usando quello del sangue del passato.

No. Col cazzo.

Giù le mani da quell’uomo.

Quell’uomo il suo infermo lo ha già attraversato. Non merita il nostro. Il suo nome merita solo la pace.

Non mi interessano le sue opinioni.
Non mi interessano le sue idee.

107 anni non sono un comizio.
107 anni non sono un talk show.
107 anni non sono una bandiera.

Sono una lezione.

L’ultima, grandissima lezione di chi ha preferito una spazzola di ferro al rumore delle parole.

E a noi lascia solo una cosa, la più difficile di tutte: imparare a restare umani.

Perché non tocchi a noi pulire le quelle pietre.

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