Intervista tratta da “Amici miei. La Trilogia”, a cura di Paolo Fazzini – unmondoaparte edizioni, 2008.
Ricorda quando ha incontrato, per la primissima volta, Pietro Germi?
Lo incontrai quando lui era molto giovane. Era appena uscito dal Centro Sperimentale, che aveva frequentato come attore e regista. Per le sue qualità aveva colpito Blasetti, che lo aiutò ad ottenere i primi lavori nel mondo del cinema. Germi doveva realizzare il suo primissimo film da regista, Il testimone, e io ero suo coetaneo. Siccome in quel periodo avevo già accumulato una certa esperienza sui set, fui chiamato per diventare l’aiuto regista di Germi, proprio con lo scopo di sostenere questo cineasta esordiente e di assisterlo durante le riprese. Quindi lo incontrai su quel set nel quale io arrivai così, da esterno. Ma poi, una volta al lavoro, vidi che Germi, benché fosse alla sua prima esperienza da regista, era perfettamente a suo agio in quel ruolo e se la cavava benissimo. In quell’occasione ci conoscemmo, ci frequentammo e diventammo molto amici, anche se lui aveva un carattere piuttosto difficile.
Andavate d’accordo?
Sì, anche se nel corso di quarant’anni di amicizia abbiamo litigato molte volte. Una volta siamo venuti anche alle mani! Litigavamo sempre per questioni legate al cinema, all’arte…discussioni che comunque ci facevano rimanere amici perché c’era un profondo rispetto reciproco.
È vero che fu lei a suggerire a Germi di intraprendere il percorso della commedia?
Sì, e fu proprio discutendo di questa cosa che ci scontrammo fortemente. Insomma, io gli dissi “E basta a fare sempre questi film con i personaggi di bronzo, inquadrati dal basso verso l’alto, così, tutti d’un pezzo! Tu sei intelligente, sarcastico, spiritoso, saresti adattissimo a dirigere delle commedie!” Germi si arrabbiò molto.
La carriera di Germi sembra essere divisa in due proprio da questa sua conversione verso la commedia italiana, invece lei, come regista, ha sempre militato in questo genere, se così vogliamo definirlo…tranne forse per alcuni episodi più apertamente drammatici come Un borghese piccolo piccolo, per esempio…
Ma anche quella è una commedia. La prima parte del film, quella incentrata sul sottobosco impiegatizio, ha i toni di una commedia, magari feroce, ma sempre commedia è. Volevo mettere in scena questo mondo, i rapporti tra impiegati, il rapporto con il capoufficio, quello che ha la forfora, le persone che, pur frequentando lo stesso ambiente di lavoro, vogliono soltanto sopravanzarsi…e poi c’è Alberto Sordi, che pur di aiutare il figlio si avvicina alla massoneria…ecco, il tono che ho usato è quello di una commedia, magari feroce, amara, ma credo rientri pienamente nei caratteri della commedia. È vero che poi, nel finale, il film esplode in tutta la sua cattiveria, la sua violenza, la sua tragicità.
La tragicità, la cattiveria, sono elementi che lei, durante la sua lunga carriera ha sempre inserito in un genere come la commedia…
Sì, perché in genere la commedia all’italiana è questo. Sono tematiche drammatiche, a volte tragiche, messe però in scena con tono umoristico, a volte comico o farsesco. Probabilmente il mio primo film a possedere caratteristiche simili è stato Totò cerca casa, in cui eventi tragici venivano trattati in modo, diciamo, divertente. In quegli anni ricevetti dei grossi attacchi dalla critica proprio per questo mio atteggiamento. Poi però ci fu La grande guerra, con il quale vinsi il Leone d’oro a Venezia, che mi gratificò molto. Le mie commedie tradiscono il principio fondamentale del film divertente, cioè quello di dover sempre avere un lieto fine. Spesso, per esempio, faccio morire il protagonista…perché la morte mi diverte molto. Può essere spunto di ispirazione per inserire gag comiche.
Sta parlando di una ferocia, di una cattiveria che è rintracciabile anche in Amici miei…
Bè, le intenzioni di chi l’ha scritto erano indubbiamente feroci. L’idea era di mettere in scena degli uomini, un po’ avanti con l’età, che insoddisfatti delle proprie vite (uno è divorziato, l’altro è un fannullone, un altro è un professionista che non fa seriamente il proprio lavoro…) vogliono sfuggire alle proprie responsabilità organizzando queste beffe peraltro cattivissime. Quindi si prendono gioco degli abitanti di un paesino facendo credere loro di dover abbattere le case per far spazio all’autostrada, vanno a prendere a schiaffi delle povere persone che stanno partendo, oppure usano un linguaggio incomprensibile per schernire chi magari chiede loro aiuto…ecco, sono quattro vecchi, o comunque sono uomini che vanno verso la vecchiaia, anche antipatici, che hanno questo modo di scherzare duro, cattivo, violento. E’ un atteggiamento che usano anche tra loro e che rappresenta un espediente per allontanare la morte, la vecchiaia, la malattia.
In molte commedie che ha diretto, soprattutto negli anni ’60, troviamo spesso un gruppo di persone che tentano di ottenere qualcosa ma che puntualmente falliscono nei propri intenti. Penso a I soliti ignoti, per esempio, o ai personaggi de La grande guerra. In Amici miei, invece, sembra che i protagonisti si siano quasi arresi di fronte alla realtà, che ci sia in loro una forte dose di rassegnazione…
No, non credo che si possa parlare di rassegnazione. Anche loro lottano, ma lottano appunto contro la vecchiaia e la morte. Alla fine del primo film, infatti, muore uno di loro e lo fa comunque prendendosi gioco anche del prete che va a confessarlo. E si confessa con quel linguaggio incomprensibile…
Prima ha fatto riferimento alla scena degli schiaffi alla stazione, celebre sequenza del film. È vero che per realizzarla avete dovuto modificare la struttura dei vagoni per permettere agli attori di riuscire a raggiungere, saltando, le persone ai finestrini?
Certo! Non è possibile fare nella realtà ciò che fanno loro.
Tutti i protagonisti dei film hanno delle situazioni familiari piuttosto disastrate. C’è chi tradisce la moglie, chi è divorziato, chi non riesce ad avere nessun dialogo con i figli, chi in costante ricerca dell’anima gemella…
Bè, in Amici miei le famiglie sono completamente disfatte, mal costruite e soprattutto mal guidate proprio dai protagonisti maschili che non sono stati capaci di mettere insieme un ambiente familiare confortevole.
Quindi, per lei, i responsabili di quel particolare sfascio familiare sono i protagonisti?
Sì, certo. Antepongono l’amicizia alla famiglia, ma se poi si va a guardare bene anche il rapporto di amicizia che hanno costruito è particolare, perché a volte riescono a esser cattivi anche tra loro. Appena uno dei compagni mostra una debolezza gli altri sono pronti a coalizzarsi contro di lui per prendersene gioco. Soltanto nel secondo film, alla fine, quando Tognazzi viene colto da malore, allora c’è una vaga riscoperta di sentimenti. Mentre la moglie e la figlia lo accudiscono, gli amici si avvicinano a lui con toni più solidali, lo consolano, lo incoraggiano. Ma proprio nelle ultimissime sequenze, quando il conte Mascetti viene accompagnato a concorrere alla gara per handicappati, riesplode questa profonda amarezza, questo dolore.
Probabilmente è l’unico momento di aperta solidarietà che viene mostrato…
Sì, ma sostanzialmente è vissuto solo fra uomini. La famiglia sembra comunque non avere nessun ruolo.
Cosa ne pensa dell’istituzione familiare attuale?
Ho diretto un film che si intitola Parenti serpenti in cui sono piuttosto esplicito.
È quello il suo ritratto del concetto di famiglia?
Sì, insomma, sempre spingendo il pedale sulla farsa, sulla commedia, ma è comunque un mio modo di rappresentare i rapporti tra i familiari.
Torniamo un attimo alla nascita di Amici miei. Nel momento in cui Germi abbandonò il progetto cosa successe?
Germi era molto malato, aveva una cirrosi tremenda, e ha pensato a me per dirigere quel film. Ci stimavamo. E poi è una vicenda con personaggi toscani, gli sceneggiatori erano miei amici, li conoscevo perché ci avevo già lavorato. Come saprà Germi voleva ambientare la vicenda a Bologna, e quando mi ha chiamato per coinvolgermi gli ho proposto di spostarlo in Toscana, visto che ero nato lì. Lui è stato d’accordo e così abbiamo fatto.
Parliamo degli attori dei film. In particolar modo di Tognazzi il quale, durante quegli anni, sembrava portare spesso sullo schermo personaggi in conflitto con la propria età, che avvertono il peso degli anni che passano. Anche in Amici miei il conte Mascetti intrattiene un rapporto clandestino con una ragazza giovanissima. Ha mai avuto modo di parlare con Tognazzi di questo aspetto interpretativo?
Sì, certo! E poi lì successe una cosa particolare. Per selezionare la ragazza che avrebbe interpretato la Titti avevo provinato parecchie attrici, e da quei provini venne fuori la Dionisio che entrò a far parte del cast. Tra tutte le attrici che incontrammo, tutte piuttosto giovani, ce ne fu una di cui Tognazzi realmente si invaghì, e con la quale avviò una relazione che durò anche parecchio tempo. Tognazzi aveva già una famiglia, ma questa ragazza fu la sua compagna, diciamo la sua amante. Quindi inevitabilmente questo fattore è entrato a far parte dell’interpretazione che l’attore costruì per impersonare il conte Mascetti.
Che tipo di attore era Tognazzi?
Tognazzi era generoso, e poi aveva la qualità di riuscire a prendersi in giro, cercando sempre nuove soluzioni. Ecco, era il tipo d’attore che non si adagiava su ciò che faceva e azzardava sempre molto…nella scelta dei film da fare, nei personaggi, nei registi con i quali lavorare. Non tutti sono disposti a farlo.
Un attore poco ricordato è invece Adolfo Celi. Come lo scelse per interpretare il medico Sassaroli?
Credo che Celi, fino ad allora, non avesse mai interpretato ruoli da commedia. Lui era famoso per aver preso parte a film anche piuttosto violenti, polizieschi, d’azione, e poi divenne estremamente famoso prendendo parte alla serie di 007, in cui interpretò un ruolo da cattivo. Siccome conoscevo Celi, un uomo spiritoso e intelligente, ritenni che poteva essere comunque adatto anche in un ruolo più divertente. Il personaggio che è andato a impersonare in Amici miei era anche dotato di cattiveria, di cinismo, caratteristiche che appunto aveva messo in scena già in altri film.
È da poco scomparso Philippe Noiret. Che ricordo ha di lui?
Era una persona gentilissima e raffinata, oltre che attore impeccabile. Anche lui lo scelsi perché mi era capitato di vederlo in film che mi erano piaciuti. Inoltre sapevo che era un grande attore teatrale che poi si era dedicato al cinema anche per ragioni economiche e di notorietà. Il cinema garantisce una continuità nel lavoro maggiore del teatro ed espone un attore a un pubblico più ampio. Naturalmente lo avevo visto in pellicole francesi, ma pensavo che quella sua eleganza, quel portamento, potessero essere adatti anche per il ruolo di Perozzi. Amici miei fu il primo film italiano cui prese parte, e gli fece guadagnare una grande popolarità, tant’è che poi, credo, abbia lavorato più in Italia che in Francia.
Moschin mi ha detto che la lavorazione dei film è avvenuta senza contrasti, in un’atmosfera molto rilassata e divertita…
È vero, ci siamo divertiti tutti, tranne forse il produttore che puntualmente si lamentava dei ritardi sul piano di lavoro. Ritardi dovuti principalmente ai lauti banchetti che Tognazzi, a una certa ora, imponeva a tutti. Forse il lato più triste della lavorazione fu che le riprese iniziarono proprio il giorno in cui Pietro Germi morì.
Un altro fattore importante per la riuscita dei film è l’ambiente, la Toscana e soprattutto la città di Firenze, singolarmente fotografata con toni affatto solari…
Io sono toscano, gli sceneggiatori del film sono toscani, alcuni attori erano toscani…insomma, tutti conoscevamo molto bene quel territorio e Firenze. Ma non volevo mostrare la Firenze turistica, quella famosa, delle piazze e delle chiese. Volevo che nel film venissero fuori quegli aspetti della città che tutti noi quotidianamente conoscevamo, aspetti che magari non sono sempre piacevoli o particolarmente fotogenici.
Da quel film in poi il pubblico italiano è anche entrato in contatto con la cosiddetta comicità toscana…
Sì, dopo Amici miei si è scoperto il toscano. Anzi, sembra che oggi senza il toscano non si rida.
In Amici miei atto II ha inserito delle vere immagini in bianco e nero dell’alluvione di Firenze. Perché?
Perché non potevo mica allagare Firenze! Sapevo che esistevano queste immagini e allora le ho usate.
Visto il successo che Amici miei stava raccogliendo qui in Italia gli americani erano intenzionati a metterne in cantiere un remake. Fu mai contattato per quel progetto?
No. Ma questo è successo per diversi miei film. I soliti ignoti, per esempio, è una pellicola dalla quale hanno tratto diversi remake americani, e si trova citato in molti film di altri registi. Ne hanno tratto pure un musical a Broadway, che però non ebbe particolare successo.
Lei ha accettato di dirigere il secondo capitolo della serie ma non il terzo. Perché?
Perché era già troppo aver fatto il secondo, che ho girato dopo sei anni. Non volevo farlo. Infatti molti mi hanno detto che era meglio il primo. E’ vero. Anche se poi il risultato è buono, il problema di fare dei seguiti è proprio quello di arrivare secondi. Sono operazioni in cui chi ci guadagna è il produttore perché dopo il successo del primo film trova tutte le porte già aperte, e anche gli esercenti sono contenti. Al regista invece dicono sempre che era meglio il primo.
Sono molti i giovanissimi che considerano Amici miei un cult. Lo recuperano in dvd, lo vedono, lo riscoprono. Come mai, secondo lei, Amici miei continua a divertire ancora oggi spettatori di generazioni diverse?
Amici miei è nato da storie vere. Io e gli sceneggiatori, come ho detto prima, conoscevano i personaggi reali cui gli episodi del film hanno tratto ispirazione. Noi ci siamo limitati a mettere in ordine quelle storie, quelle beffe, molto toscane, con un sapore, direi, provinciale. Se il film, dopo trent’anni, diverte ancora credo lo si debba a questa naturalezza della verità, della genuinità.

