Dal profilo facebook di Sergio Proia Tièmp d’ ulègna
Affacciàt’ a nà f’nestra a glì Carlùn
ved’ na prèula d’uva i quatt f’lùn.
C’ sta la bianca, la ròscia, la nera,
la fràula, la maturàna, la barbèra.
S’ ulègna.
L’uva da gl’ f’lùn chìn zòmpa dent’a gli quàr,
a gli cìstr, a gli canìstri a gli panàr.
Ncuògli’e s’ pòrta a terra alla cantìna
i s’ sgòmbra dent’ lla macìna.
Ogg’ chella vigna è sparìta
i pur’ l’ cos’della vìta
s’ n’ vann’ chiàn chiàn
i d’vent’n sèmp’ chiù luntàn’.
Stò arrèt’ a la fràtta d’ mòr’e
i m’ chiàgn’e gliù còr’e
r’p’nsènn’ a gli tièmp passàt.
M’ r’gìr’ i r’tròv affilàt’
la nòcchia, gl’ingièus’, la cèrqua i gliù murcanàt.
Sergio Proia
Tempo di vendemmia
Affacciato ad una finestra ai Carloni,
vedo una pergola d’uva e quattro filoni.
Ci sta la bianca, rossa, la nera,
la fragola, la maturana, la barbera.
Si vendemmia.
L’uva dai filari carichi casca dentro ai cesti,
alle cestrelle, ai canestri ed ai panari.
A spalla si porta a terra alla cantina
e si svuota dentro alla macina.
Oggi quella vigna è scomparsa,
e pure le cose della vita
se ne vanno piano piano
e diventano sempre più lontane.
Sto dietro alla siepe di more
e mi piange il cuore,
se ritorno ai tempi passati.
Mi rigiro e ritrovo tutti in fila
il nocciolo, il gelso, la quercia ed il melograno.
Tempo di vendemmia
Affacciato a una finestra, ai Carloni, guardavo la pergola d’uva e i quattro filoni della vigna.
A quei tempi non sapevo che un giorno avrei ricordato ogni cosa con tanta nostalgia. Per me era semplicemente casa, era la stagione che tornava, era la vendemmia.
C’era l’uva bianca, quella rossa e quella nera. C’era la fragola, la maturana, la barbera. Ogni grappolo aveva il suo colore, il suo profumo, il suo sapore. Bastava passare tra i filari per sentirne l’odore dolce, quello dell’uva matura che aspettava soltanto di essere raccolta.
Poi arrivava il giorno della vendemmia.
I filari erano carichi e l’uva cascava nei cesti, nelle cestrelle, nei canestri e nei panari. Le mani cercavano i grappoli maturi, le forbici tagliavano i raspi e, poco alla volta, i contenitori si riempivano.
Era fatica, ma allora la fatica aveva un altro sapore.
Si lavorava insieme. C’erano voci, richiami, qualche risata. Ci si fermava un momento, poi si riprendeva. Nessuno guardava l’orologio, perché era la terra a decidere quando cominciare e quando finire.
Quando i cesti erano pieni, si portavano a spalla fino alla cantina. Uno dopo l’altro, lungo il sentiero, con il peso dell’uva sulle spalle e quello della giornata addosso.
In cantina si svuotava tutto nella macina.
L’uva cadeva giù e il profumo del mosto riempiva l’aria. Era un profumo che sembrava entrare nei muri e rimanere lì, insieme alle voci e ai rumori di quel lavoro.
Io allora non pensavo che un giorno avrei rimpianto proprio quelle cose.
Pensavo che la vigna sarebbe rimasta lì per sempre.
Invece oggi quella vigna è scomparsa.
Sono scomparsi i filari, la pergola, i cesti pieni d’uva. E insieme a loro sono scomparse tante altre cose che sembravano piccole e invece erano la nostra vita.
Le persone se ne sono andate una dopo l’altra. Le case sono cambiate, i sentieri si sono trasformati, gli alberi sono cresciuti o sono stati tagliati. Anche i rumori sono diversi.
Il tempo non porta via tutto in una volta.
Se ne prende un pezzetto alla volta, quasi senza farsi sentire.
E noi ce ne accorgiamo soltanto quando ci voltiamo indietro.
A volte mi fermo ancora dietro alla siepe di more. Guardo oltre, come facevo allora, e mi sembra che basti poco per tornare indietro.
Mi prende una malinconia difficile da spiegare.
Mi piange il cuore, perché in quel luogo non cerco soltanto una vigna. Cerco le persone che c’erano, le loro voci, i loro gesti, quel modo semplice di stare insieme che oggi sembra appartenere a un altro mondo.
Eppure, se chiudo gli occhi, per un momento tutto ritorna.
Rivedo i grappoli appesi ai filari.
Rivedo i cesti pieni.
Sento il profumo del mosto e il rumore dell’uva che cade nella macina.
Poi mi giro.
E nella memoria li ritrovo tutti in fila, come sentinelle di un tempo che non vuole morire:
il nocciolo, il gelso, la quercia e il melograno.
Sono rimasti loro, e non solo dentro di me.
Forse la memoria è proprio questo: un luogo dove le cose che non esistono più, continuano a vivere.
Una vigna può essere cancellata, un albero può cadere, una casa può cambiare volto.
Anche le persone che abbiamo amato possono diventare soltanto un ricordo.
Ma basta un odore, una stagione, una luce particolare alla fine di un pomeriggio, e tutto torna.
Per questo, quando arriva il tempo della vendemmia, io penso ancora ai Carloni.
E per un istante quella vigna ricompare.
L’uva è di nuovo matura, i cesti sono pieni, qualcuno chiama da un filare all’altro e la cantina aspetta.
E io sono ancora lì, affacciato a quella finestra.
A guardare.
Prima che il tempo ricominci a portarsi via ogni cosa.

