Crisanti, il PD e il comunismo

Dalla pagina facebook Zecca buonista 

NON VOTO IL PD. MA NON VOGLIO UNA SINISTRA CHE MI COSTRINGA A NON VOTARE.
 
C’è una differenza enorme tra non riconoscersi in un partito e rinunciare a votare perché nessuno ti rappresenta. E questa differenza, a sinistra, qualcuno sembra averla finalmente capita.
 
Nei retroscena dei giornali la notizia è finita quasi in secondo piano. Eppure quello che è successo nelle ultime ore ha un peso politico enorme.
 
Con la nuova legge elettorale, per le forze politiche non rappresentate in Parlamento la raccolta delle firme diventa uno scoglio gigantesco: fino a 450.000 sottoscrizioni per presentare le liste su scala nazionale, mentre i partiti già rappresentati beneficiano di esenzioni. Una barriera che rischia di penalizzare proprio chi vuole proporre un’alternativa fuori dagli schieramenti esistenti.
 
Ma questa volta una mossa concreta c’è stata.
 
Il senatore Andrea Crisanti ha lasciato il gruppo del Partito Democratico per passare al Gruppo Misto e contribuire all’operazione parlamentare che permette a Rifondazione Comunista di ridurre drasticamente il numero di firme necessarie per presentarsi alle prossime elezioni. Un’operazione alla quale Elly Schlein ha dato il suo sostegno, insieme alla segreteria del PD.
 
E qui, al di là dei tecnicismi parlamentari, c’è una questione politica che mi interessa molto di più.
 
Quando Schlein dice che si vince andando a sinistra, deve dimostrarlo con i fatti. E questa volta un fatto c’è.
 
Perché le piazze, i movimenti, le lotte sociali e tutte quelle persone che da anni sono in rotta di collisione con la politica non si possono governare dall’alto, né si possono cooptare con qualche dichiarazione di circostanza.
 
E soprattutto, diciamocelo senza ipocrisie: una parte di queste persone il PD non lo vota. Io per prima. Non mi piace e non lo voterò.
 
Ma questo non significa che io abbia rinunciato a votare a sinistra.
 
Se nel cosiddetto campo largo non esiste una componente di vera sinistra, io alle urne rischio seriamente di non andarci proprio. E come me ci sono tante persone che non si riconoscono nel PD, non si fidano delle formule elettorali costruite a tavolino e non hanno nessuna intenzione di votare turandosi il naso.
 
Persone che, senza una proposta credibile, finiscono nell’astensionismo. Non perché non abbiano idee, ma perché non trovano nessuno disposto a rappresentarle.
 
Se invece sulla scheda elettorale ci sarà Rifondazione Comunista, allora potrò cominciare a prendere in considerazione l’idea di votarla.
 
Attenzione: ho detto cominciare.
 
La fiducia non si regala. Si conquista giorno per giorno, con le posizioni che si prendono, con le battaglie che si fanno, con la coerenza tra quello che si dice e quello che si fa. Non basta un simbolo storico per ottenere automaticamente il mio voto.
 
Ma garantire a una forza politica la possibilità concreta di presentarsi alle elezioni significa riaprire una porta. E oggi, in una democrazia nella quale troppe persone non si sentono più rappresentate, non è una cosa da poco.
 
Basta con l’ossessione di inseguire un centro moderato che dovrebbe risolvere ogni problema elettorale. Non siamo più nell’epoca del berlusconismo. Oggi governa una destra dura, identitaria, che non ha alcuna intenzione di annacquare la propria visione del Paese per piacere a tutti.
 
E noi dovremmo continuare a pensare di batterla rassicurando gli elettori moderati e annacquando i programmi?
 
No. Si batte mobilitando chi ha ancora fame di alternativa. Si parla di salari, precarietà, sanità pubblica, pace, diritti, disuguaglianze. Si restituisce una prospettiva a chi ha smesso di credere che votare possa cambiare qualcosa.
 
Io non chiedo alla sinistra di piacermi a tutti i costi. Chiedo che esista una sinistra che valga la pena votare.
 
Perché non basta dire che bisogna battere la destra. Bisogna anche dare alle persone un motivo per andare a votare.
 
E quel motivo non si costruisce inseguendo il centro.
 
Si costruisce a sinistra.

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