Simone Farina e la denuncia nel mondo del calcio

Dalla pagina facebook Calcio che passione
“Nel 2011 avevo 29 anni e giocavo nel Gubbio, in Serie B. 
Un giorno, ricevetti una telefonata da Alessandro Zamperini, un ragazzo che conoscevo dalle giovanili della Roma.
Mi cercava ripetutamente, insistendo per vederci di persona.
Mi furono offerti dei soldi per combinare una partita: Zamperini mi parla di una partita di Coppa Italia: Cesena-Gubbio.
L’obiettivo era che la partita finisse con una vittoria del Cesena e con un numero di gol sufficiente a soddisfare le esigenze degli scommettitori. 
Mi venne prospettata una somma complessiva di 200.000 euro, da dividere con il portiere e altri due compagni di squadra, se avessi contribuito a realizzare il risultato concordato.
 
La somma era enorme, superava di gran lunga il valore di una singola partita di un calciatore di Serie B, ma per accedere a quella somma avrei dovuto tradire la mia squadra, i miei compagni, il mio lavoro e i sogni che avevo inseguito fin da bambino.
Non potevo accettare.
 
Dopo quell’incontro tornai a casa, ne parlai con mia moglie Scilla, riflettendo sul da farsi.
Zamperini era una persona che conoscevo da quando ero molto giovane e quello che mi era stato proposto mi metteva davanti a una scelta che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Potevo tacere e fare finta di niente, ma come potrevo scendere in campo sapendo che qualcuno aveva cercato di comprarmi? Come potevo guardare negli occhi i miei compagni?
 
Decisi di denunciare tutto alle autorità competenti, rivolgendomi alla giustizia sportiva e agli investigatori.
Ritenevo che fosse la cosa giusta da fare, per me stesso, per la mia famiglia e per il mio lavoro.
La mia testimonianza contribuí all’avvio della seconda fase dell’inchiesta Last Bet sul calcioscommesse, facendo emergere ulteriori elementi su un sistema di partite manipolate e scommesse clandestine.
 
Nel dicembre 2011 la notizia divenne pubblica.
Improvvisamente, da giocatore sconosciuto diventai il simbolo dell’onestà sportiva.
Il commissario tecnico Cesare Prandelli decise di invitarmi a un raduno della Nazionale. 
Non si trattava di una convocazione agonistica vera e propria, ma di un riconoscimento per il mio comportamento.
Nel gennaio 2012 venni anche premiato durante la cerimonia del Pallone d’Oro a Zurigo. 
Il presidente della FIFA Joseph Blatter mi consegnò un riconoscimento per il coraggio dimostrato.
 
Mentre tutti parlavano di me e si complimentavano però io restai senza squadra: nel settembre 2012 il mio rapporto con il Gubbio si interruppe per motivi tecnici, la notorietà raggiunta non bastò a farmi trovare un nuovo contratto.
Io non mi sentivo un eroe, però mi sentivo solo.
Avevo fatto ciò che ritenevo giusto, avevo denunciato un tentativo di corruzione e avevo collaborato con le autorità.
Eppure restavo fuori dal calcio, pagando un prezzo professionale per quello che ogni calciatore dovrebbe fare quando qualcuno cerca di convincerlo a tradire lo sport.
Capii che con il calcio giocato avevo finito.
 
Qualche mese dopo, a 30 anni, arrivò l’opportunità di lavorare in Inghilterra, all’Aston Villa, non come calciatore ma con un ruolo educativo, come community coach, per trasmettere ai ragazzi i valori del fair play e dell’onestà sportiva.
Una nuova strada, diversa da quella che avevo immaginato quando ero un giovane calciatore della Roma, ma mi permise di trasformare la mia esperienza in qualcosa di utile.
Parlare ai ragazzi di rispetto, correttezza e responsabilità, spiegare loro che il calcio non è soltanto vincere, segnare o guadagnare, ma anche scegliere come comportarsi quando nessuno ti obbliga a fare la cosa giusta, erano questi i valori da insegnare ai giovani.
 
Oltre dieci anni dopo, non tornerei indietro, e se mi trovassi di nuovo davanti alla stessa proposta, direi ancora di no.
Ho pagato sul piano professionale, ma non ho mai pensato che sarebbe stato meglio accettare quei soldi o tacere.
Non so se il calcio abbia imparato davvero la lezione che la mia vicenda avrebbe dovuto insegnare, ma so che non basta premiare pubblicamente una persona per dimostrare che un sistema è cambiato.
L’onestà dovrebbe essere la normalità, non un’eccezione da celebrare.
Quella è stata la partita più difficile della mia carriera, l’unica nella quale non potevo permettermi di perdere me stesso”.
 
SIMONE FARINA, ex calciatore del Gubbio che nel 2011 denunciò la proposta di una combine in Cesena-Gubbio di Coppa Italia
 
 
 

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