PIER LUIGI BERSANI. L’UNICO CHE NON RIESCE A ESSERE UNA FACCIA DA SCHIAFFI

Post di GIULIA BETTINI

Pier Luigi Bersani, dentro questa galleria, è un problema. Perché puoi cercare quanto vuoi la posa, il narcisismo, il gusto del potere esibito, la ferocia da capocorrente, l’arroganza del dirigente convinto di avere ricevuto le tavole della legge direttamente dal comitato centrale, e invece ti ritrovi davanti uno che parla di giaguari da smacchiare, mucche nei corridoi, tacchini sui tetti e lenzuolate, con l’aria di chi potrebbe spiegarti la crisi della socialdemocrazia europea usando una metafora ascoltata cinquanta anni fa al bar di Bettola.

Nasce proprio a Bettola, nel Piacentino, nel 1951, si laurea in Filosofia, entra nel PCI e attraversa poi tutta la trasformazione della sinistra italiana, dal PDS ai DS fino al Partito Democratico; nel frattempo governa l’Emilia-Romagna, diventa ministro dell’Industria, poi dei Trasporti e infine dello Sviluppo economico nel secondo governo Prodi. Nel 2009 vince le primarie e diventa segretario del PD, nel 2012 vince quelle del centrosinistra e arriva alle elezioni del 2013 come candidato alla presidenza del Consiglio.

Bersani, insomma, non è affatto il bonario dilettante che qualche volta il personaggio pubblico ha fatto dimenticare. È uno che la politica l’ha fatta ai massimi livelli per decenni, conosce partiti, apparati, amministrazioni, correnti e rapporti di forza, solo che non ha mai imparato — o forse non ha mai voluto imparare — a portarseli addosso come decorazioni militari.

Da ministro dello Sviluppo economico lascia quelle che tutti ricordano come le “lenzuolate Bersani”, una serie di liberalizzazioni che intervengono su settori protetti, concorrenza e servizi; già la scelta del nome racconta magnificamente il personaggio, perché un altro avrebbe probabilmente parlato di “rivoluzione del mercato”, “nuovo patto per la competitività” o qualcosa di sufficientemente roboante da richiedere un fondale blu e sei bandiere alle spalle. Bersani no. Lenzuolate. Pare uno che abbia deciso che è sabato mattina, c’è il sole e tanto vale cambiare tutto il letto.

Poi arriva il 2013, e qui la storia diventa quasi una tragedia classica riscritta in dialetto emiliano.

Bersani arriva alle elezioni convinto di potercela fare e conia una delle immagini destinate a restargli appiccicate addosso: bisogna “smacchiare il giaguaro”. Il centrosinistra conquista alla Camera la maggioranza garantita allora dal premio elettorale e al Senato la maggioranza relativa, ma non ha i numeri per governare da solo; Giorgio Napolitano gli affida quindi il compito di verificare se esista una maggioranza possibile, ma le consultazioni non portano alla formazione di un governo.

Ed è lì che arriva quella scena ormai consegnata all’archeologia politica del Paese: Bersani seduto davanti ai rappresentanti del Movimento 5 Stelle, con lo streaming acceso, mentre cerca di capire se esista un terreno comune e dall’altra parte incontra un mondo politico completamente nuovo, diffidente verso il PD e deciso a mostrarsi tale davanti a tutti. Non è soltanto una trattativa fallita; è quasi l’immagine plastica di due epoche che si incontrano e scoprono di non parlare la stessa lingua.

Poi c’è il disastro dell’elezione del presidente della Repubblica, le candidature di Franco Marini e Romano Prodi bruciate, i franchi tiratori interni al centrosinistra, e nell’aprile 2013 Bersani lascia la segreteria del PD.

Un altro, davanti a una sequenza del genere, avrebbe probabilmente denunciato tradimenti cosmici, complotti, poteri forti, congiure massoniche e forse anche una perturbazione atlantica particolarmente ostile. Bersani sembrava piuttosto uno che avesse appena scoperto che metà dei condomini che gli avevano assicurato il voto in ascensore avevano poi alzato la mano dall’altra parte durante l’assemblea.

Ed è forse qui che comincia il motivo per cui non riesce proprio a diventare una Faccia da schiaffi.

Perché ha trascorso la vita dentro gli apparati senza assumere fino in fondo l’aria dell’apparatčik, è stato presidente di Regione, ministro, segretario del più grande partito del centrosinistra, candidato a Palazzo Chigi, eppure continua a trasmettere quella sensazione curiosa dell’uomo che, uscita la Direzione nazionale del PD, potrebbe fermarsi dal benzinaio e discutere seriamente mezz’ora del prezzo del gasolio.

Poi c’è il bersanese.

Una lingua politica tutta sua, abbastanza riconoscibile da essere diventata oggetto di studio e di imitazione, fatta di metafore popolari, animali, proverbi inventati sul momento e immagini così improbabili che a volte serviva qualche secondo per capire dove volesse arrivare. Treccani, raccontando il suo linguaggio durante la stagione delle primarie del 2012, notava proprio questa tendenza alla saggezza proverbiale, al tono colloquiale e a quel celeberrimo “Oh ragassi… siam mica qui a…”.

La mucca nel corridoio.

Il giaguaro.

Il tacchino.

Il tetto.

Prima o poi, in ogni ragionamento di Bersani, sembrava esserci il rischio concreto che entrasse un animale.

Ma la cosa interessante è che quasi sempre, superato il bestiario, il concetto si capiva.

Ed era spesso meno banale di quanto sembrasse.

Poi arriva Renzi, e naturalmente lì la distanza diventa politica, culturale e perfino antropologica. Bersani viene da un’idea del partito come organizzazione, struttura collettiva, rappresentanza sociale, amministratori, corpi intermedi e mediazione; Renzi porta invece leadership personale, primarie come investitura, rottamazione e un rapporto molto più diretto tra capo ed elettorato. Nel 2017 Bersani lascia il PD e aderisce ad Articolo 1-MDP; dopo lo scioglimento di quella esperienza, nel 2023 rientra nel Partito Democratico guidato da Elly Schlein.

Esce.

Litiga.

Fa un altro partito.

Rientra.

E riesce comunque a far sembrare il tutto non una guerra civile, ma una discussione particolarmente accesa alla festa dell’Unità davanti a un piatto di pisarei e fasö.

In mezzo c’è anche un passaggio personale durissimo: nel 2014 un’emorragia subaracnoidea, l’operazione d’urgenza, il ritorno progressivo alla vita pubblica. Da lì in avanti il Bersani politico resta riconoscibile come prima, ma forse ancora più libero dalla necessità di dimostrare qualcosa.

E allora bisogna arrivare al punto.

Pier Luigi Bersani può essere criticato politicamente quanto si vuole. Si può giudicare malissimo il 2013, discutere le sue scelte, il modo in cui gestì il PD, la scissione, il ritorno, le alleanze e naturalmente ricordargli fino alla fine dei tempi che il giaguaro, alla fine, non venne smacchiato proprio benissimo.

Ma a Bersani è difficilissimo non volere bene.

Perché non ha mai dato l’impressione di prendersi più sul serio di quanto prendesse sul serio la politica, e questa è una qualità molto più rara di quanto sembri. Sa perdere senza trasformarsi permanentemente nella vittima di un complotto, sa ridere di sé, accetta di essere imitato, e soprattutto non possiede quell’ansia tipica di tanti politici di dimostrare in ogni intervista di essere il più intelligente della stanza.

Può darsi persino che qualche volta lo sia.

Ma non sembra interessargli fartelo sapere.

E dietro più di quarant’anni di partiti, ministeri, segreterie, congressi, vittorie e sconfitte continua a intravedersi il ragazzo di Bettola, quello che prima di raccontarti la linea politica probabilmente cerca un esempio che possano capire tutti e, se non lo trova, si inventa una mucca.

Forse per questo è l’unico che non riesce davvero a essere una Faccia da schiaffi.

Puoi criticargli tutto.

Puoi dirgli che quella volta ha sbagliato, che quell’altra ha perso, che nel 2013 gli è crollato il mondo addosso e che una fauna così abbondante dentro un discorso politico non si vedeva dai tempi dell’Arca di Noè.

Poi però parte quel mezzo sorriso, inclina leggermente la testa e comincia:

«Ragassi…»

E finisci inevitabilmente per pensare che va bene tutto.

Ma a Pier Luigi Bersani non si riesce proprio a voler male.”

✅ (Da: “Beati quelli di Huston che hanno un solo problema”, che ringrazio perché questo post è bellissimo e, per me, Bersani non è solo una persona a cui voglio davvero bene, ma è anche l’unico politico al quale affiderei senza problemi le chiavi di casa.
Questo, indipendentemente dal partito al quale appartiene perché al giorno d’oggi, persone oneste, pulite, preparate, colte, intelligenti, garbate, e che hanno veramente a cuore il bene del popolo, sono più uniche che rare. Soprattutto in politica.
Quanto vorrei che diventasse il prossimo Presidente della Repubblica!)

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