Il PD tra abbandoni e mutazioni

logo_partito_democraticoQualcuno l’ha paragonato a un rubinetto che perde acqua, goccia a goccia: un addio ieri, un addio oggi, uno domani.

Le continue liti e divisioni, le aspettative deluse, gli errori del governo e della minoranza dem. Ed ancora: Le scelte frettolose sulla scuola, la riforma delle province aberrante, il doppiopesismo su Marino e De Luca, il no alle dimissioni del sottosegretario Castiglione, indagato per turbativa d’asta sulla vicenda del Cara di Mineo dove Cantone definì “illegittima” la gara, ma ancora una volta paghiamo dazio alla copertura politica della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano. Ma poi: qualcuno parla della riduzione delle spese militari? Non era una battaglia del PD e della sinistra? Erano 31 miliardi nel 2005, sono scesi a quota 26 nel 2014 (nonostante le sollecitazioni Nato). Trentuno miliardi nel 2005. Poi la cifra ha cominciato a scendere. E nel 2014 si è fermata poco sopra quota 26. A tanto ammonta – secondo la banca dati Sipri – la spesa stanziata per la Difesa in Italia. Numeri che tengono dentro sia i soldi destinati agli interventi militari sia quelli dedicati alla cooperazione (decreto missioni incluso) Stanziamenti, quelli ai militari, su cui pesa – al di là dei risultati – la sollecitazione della Nato (proprio in questi giorni è in corso il vertice dei ministeri della Difesa) che ha sempre invitato i propri membri a raggiungere un rapporto del 2% fra spesa militare e Pil (Prodotto interno lordo). Obiettivo sottolineato ancora nel summit che si è tenuto in Galles lo scorso anno, visto che molti Paesi – fra cui l’Italia – stanno lentamente scivolando nella direzione opposta. E poi ci sono i rottamati e i rottamandi, quelli che vanno in letargo e quelli che si sfilano. Ma a forza di gocce, sorge la domanda: il Pd sta cambiando faccia? 

“Il 4 luglio si è svolta al teatro Palladium a Garbatella una iniziativa politica. Promossa da Fassina, Civati, Cofferati, Pastorino e i tanti che hanno lasciato il Pd, sono fondatori, dirigenti, militanti che si sentono abbandonati dal partito, con loro avvieremo un percorso politico sul territorio per raccogliere le tante energie che sono andate nell’astensionismo”. Spiega Stefano Fassina: “Non è più tollerabile che su punti fondamentali sono ricalchi della piattaforma elettorale del PdL. Sono scelte senza alcuna legittimazione democratica diretta o indiretta perché il Segretario del Pd le ha omesse sia dalla campagna congressuale del 2013, sia dal programma di governo sul quale ha ricevuto la fiducia del Parlamento a Febbraio 2014, sia dalla campagna elettorale delle elezioni europee. Il cambiamento è necessario. Anzi urgente. Ma il cambiamento non è neutro. Può essere progressivo o regressivo. In questi mesi, insieme a altri colleghi e colleghe, abbiamo cercato di dare il nostro apporto per un cambiamento progressivo. Invece, da subito, dal Segretario del Pd è arrivata la delegittimazione morale, oltre che politica, delle posizioni e delle proposte diverse. Tante riunioni senza vera discussione. Soltanto monologhi in streaming. Le ultime elezioni amministrative, dopo il voto regionale del novembre scorso in Emilia, evidenziano che una parte importante, qualificante, decisiva, del popolo del Pd è stata abbandonata dal Pd di Matteo Renzi. La discussione del Ddl scuola sarebbe potuta essere l’occasione per riaprire un canale di comunicazione e incominciare a rammendare gli strappi. Invece, con il voto di fiducia sul Ddl scuola, il Pd conferma di riposizionarsi in termini di cultura politica, programma e di interessi rappresentati. Il Pd vuole essere il partito dell’establishment, del big business, di Marchionne e dei banchieri d’affari oramai ovunque nelle principali postazioni delle amministrazioni economiche e, insieme, il partito garante dell’ordine teutonico dell’euro-zona nel sacrificio dell’interesse nazionale. Tra il Pd e il popolo democratico abbandonato dal Pd scelgo il popolo democratico. Insieme a Pippo Civati, Luca Pastorino, Sergio Cofferati, Monica Gregori, Daniela Lastri e a tante donne e uomini che hanno creduto e costruito il Pd e ora vivono l’abbandono da parte del Pd smarriti ma ancora appassionati di bella politica, avviamo un cammino sui territori della nostra Italia. Vogliamo incontrare chi non si è rassegnato all’esistente, chi non si arrende al dominio dei poteri più forti. Vogliamo ascoltare chi domanda dignità della persona che lavora, uguaglianza, giustizia sociale e nei diritti civili, valorizzazione del nostro ambiente. Vogliamo lanciare una controffensiva culturale e politica allo svuotamento delle democrazie nazionali e alla subalternità della famiglia socialista europea. Vogliamo raccogliere la sfida per un neo-umanesimo contenuta nei messaggi “radicali” della dottrina sociale della Chiesa interpretata da Papà Francesco”.

Gianni Cuperlo, l’analisi amara sul nuovo Pd
Cuperlo: “Sì, ci stiamo trasformando: ma nessuno si ferma a rifletterci su, ed è preoccupante”, dice Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem e già competitor di Renzi alle primarie 2013. Molti abbandoni: sono stupito dalla distanza tra il significato di queste uscite e le reazioni che suscitano. Negli ultimi mesi per diverse ragioni, abbiamo visto uscire due parlamentari europei, ossia Cofferati e Schlein; quattro parlamentari nazionali, vale a dire Civati, Pastorino, Fassina e Gregori. Abbiamo un ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ha fatto una scelta di vita, si è dimesso dal Parlamento e sta a Parigi. Massimo Bray, che era ministro della Cultura nel governo Letta, è tornato a fare il direttore della Treccani. Lapo Pistelli ha compiuto la scelta personale di lasciare il governo per andare all’Eni”.Non c’è un momento, dico uno, in cui si rifletta su cosa stiamo diventando.Rischia di innestarsi il meccanismo del meno siamo meglio stiamo: chi è ‘contro’ toglie il disturbo? Urrà, un problema in meno. Se non c’è una correzione di rotta, rischiamo la sconfitta alla prossime politiche. Io invece voglio un Pd vincente, che possa concludere la stagione delle larghe alleanze”.

Il pensiero breve di Cacciari
“L’unica alternativa a Renzi, in questa fase, è lo stesso Renzi”, osserva Cacciari. “Siamo in una situazione delicata, con una crisi economica sempre presente, un’immigrazione che crea inquietudine sociale. In questo contesto, sarebbe auspicabile riprendere il dialogo con i sindacati, riprendere a confrontarsi”

Alfredo Reichlin critica sia il premier che la sinistra del partito. “Il nodo politico è pensare alle forze reali, non a quelle che stanno a Montecitorio. Il nostro problema è quali sono queste forze: non sono Matteo Renzi, anche se occupa la scena, ma dietro di lui cosa c’è?. Vedo un vuoto politico. Al contempo stiamo attenti che la sinistra non diventi una setta come tante altre. Nel Pd, dietro a Renzi c’è un vuoto politico, non c’è una cultura politica, non c’è un disegno del futuro, mentre invece occorre pensare cose nuove per l’Italia, oltre alle proteste e ai voti contrari e alle leggi sbagliate dobbiamo mettere in campo qualcosa di più. Mettere in campo un pensiero politico che non può essere un documento programmatico, bisogna rimettere in discussione il blocco sociale e politico che ci governa, ma che non è Renzi. Insomma il Pd serve ancora?. L’Italia ha bisogno di una forza larga di popolo e di centrosinistra, mentre dove va Renzi con una forza indistinta? È un ignorante, non può asfaltare i valori del centrosinistra e se lo fa è uno stupido, perché ottiene solo che la gente non va più a votare.

Roberto Speranza: “Il Pd non è solo Matteo Renzi, e non può essere il megafono di palazzo Chigi. Tocca a noi rispondere a chi ci chiede un altro Pd, un’altra visione del centrosinistra. Siamo un partito diventato somma di comitati elettorali, che s’illude di potersi affidare a un leader, che ha asfaltato tutte le forze intorno e infatti ai ballottaggi i nostri voti non aumentano. Dal lavoro all’Italicum, dalla scuola alle riforme istituzionali, passando per l’idea di un nuovo centrosinistra, Speranza s’intesta la leadership della minoranza”.

La deriva autoritaria di Renzi è preoccupante ed il caso della riforma sulla scuola rischia di essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. Spiega il Senatore Walter Tocci: “Venerdì scorso si è tenuta a Palazzo Chigi una riunione di partito, anzi della sua corrente maggioritaria, senza neppure invitare il relatore senatore Conte. Il risultato fa tristezza solo a dirlo. Per la prima volta nella vita repubblicana il Senato è costretto ad approvare una legge sulla scuola senza poterla emendare né in commissione né in aula. Presidente Grasso, la riforma del bicameralismo non deve comportare l’umiliazione di questa assemblea. Quando due anni fa si andò al voto, il Pd non si presentò agli elettori proponendo questa riforma della scuola (lo stesso vale per la riforma costituzionale). Poi, una crisi di governo ha portato a questo esecutivo che appronta queste riforme. Tutto regolare. La democrazia parlamentare prevede crisi di governo senza il ritorno alle urne, e inoltre in una democrazia rappresentativa non esiste – né vogliamo che esista – il mandato imperativo. Tuttavia sappiamo che un mandato politico è nelle regole non scritte di una democrazia rappresentativa fondata sui partiti, quel mezzo fondamentale attraverso il quale il nostro voto per rappresentanti senza mandato imperativo non diventa una delega in bianco; il partito ha un programma e anche se i suoi eletti sono liberi individualmente c’è però una certa garanzia (politica) che si attengano a quel programma. E Renzi non ha mai convocato un congresso per provare a correggere quelle parti del programma del Pd che a lui non piacciono. No. La sostituzione del segretario del Pd e del capo del governo è valsa da sola a cambiare il programma del partito e del governo”.

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