Il PD riparte dalla Piazza

Manifestazione in Piazza del Popolo a Roma, ieri Domenica 30 Settembre.

“Una grande risposta del nostro popolo oggi a Roma”. Lo dichiara il capogruppo Pd Lazio, Mauro Buschini,che ha partecipato a Roma alla manifestazione del Partito Democratico a Piazza del Popolo. “Tanti militanti, cittadini e amici – aggiunge Buschini – a difesa dell’Italia dal populismo sovranista che mette in serio pericolo la stabilita’ del nostro Paese. Si riparte da qui”.

Presenti, tra gli altri, i consiglieri regionali Mauro Buschini e Sara Battisti.

Dal sito alessioporcu.it
«Vedrete, in piazza del Popolo a Roma domani ci saranno quattro gatti»: la profezia fatta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini durante la festa regionale della Lega a Latina non si è avverata.

Nella piazza delle manifestazioni della Sinistra oggi c’erano settantamila persone (secondo gli organizzatori). Meno della metà per la questura (da sempre). Il mitico direttore dell’Ansa Sergio Lepri aveva risolto il dilemma con le foto dall’alto e misurando dove arrivasse la folla: questa volta c’è una buona mezza piazza riempita; il metodo Lepri stimerebbe 25mila, al massimo 30mila persone. Gente venuta per dire no al governo Lega – M5S.

Popolo in piazza, trattative dietro al palco
Il segnale è chiaro. Nel Paese c’è una minoranza silenziosa che però è viva ed aspetta un segnale da Sinistra.

Lo sottolinea il segretario del Pd Maurizio Martina quando sale sul palco e ringrazia il popolo accorso intorno a ciò che resta della sinistra. «Avete dato una lezione a tutti noi. Questa è la piazza del risveglio democratico, è la piazza della speranza, del cambiamento».

Tira un sospiro di sollievo: ha rischiato il flop e di dover andare a letto senza cena e senza più un Partito. Invece ci andrà con la consapevolezza che il Pd è ancora vivo, vitale: ben più di quanto lo era la Lega ereditata da Matteo Salvini a colpi di scopa dopo il terremoto provocato dai diamanti comprati con i soldi del finanziamento pubblico ai Partiti.

C’è anche un altro il segnale di vitalità registrato sull’elettrocardiogramma del Pd. Il popolo in piazza ed i leader dietro al palco Nella migliore delle sue tradizioni, in piazza è andata in scena la richiesta di Unità, dietro al palco per tentare di riannodare i fili spezzati di un dialogo.

Unità, unità, unità
Dall’altra parte del palco, nel cuore della piazza, si alza il grido ‘Unità‘ . Almeno quattro volte si alzerà quella voce durante la manifestazione.

Il popolo della sinistra invoca quella parola nella quale è racchiusa la sua storia: quando le decisioni venivano prese ufficialmente all’unanimità. Perché anche chi era contrario proteggeva innanzitutto il Partito, non spaccava, piuttosto usciva al momento del voto consentendo di dire “All’unanimità dei presenti…“.

Il grido Unità si era alzato nella piazza alle parole del sindaco del municipio genovese di Val Polcevera Federico Romeo, quelli ai quali il ministro Toninelli ha promesso una rivoluzione architettonica e loro gli hanno risposto che “Ci basta un cazzo di ponte per andare da una parte all’altra della città”.

Romeo dice «Dobbiamo riuscire a fare riscoprire quei sogni, quella speranza in un futuro migliore. Noi siamo chiamati a questo in una logica di unità, prima ancora al nostro interno».

Piazza del Popolo si infiamma e torna ad invocare Unità quando parla Bernard Dika, dei giovani Dem. «Riscopriamo la bellezza di camminare insieme, non arrendiamoci, questa è non solo la piazza dell’opposizione ma quella dell’alternativa».

Grazie per la lezione
La nuova acclamazione all’Unità parte quando in piazza del Popolo va in scena un’altro dei dogmi della sinistra di un tempo. Il segretario fa autocritica. Lo prevedeva la disciplina di Partito: ad ogni sconfitta deve seguire un’analisi. Che si conclude con un’autocritica. Il capo si fa carico di tutte le colpe: perché se fosse stato un buon capo non ci sarebbe stata sconfitta.

Così la piazza va in delirio quando Maurizio Martina grida con quanta aria ha nei polmoni «Voglio dire ai tanti elettori che non ci hanno votato il 4 di marzo che abbiamo capito la lezione, ora dateci una mano perché noi siamo somma e non divisione».

L’urlo Unità scuote le anime, parte l’applauso, corale, di un popolo intero.

Matteo a scoppio ritardato
Nel retro del palco va in scena quella che solo i prossimi giorni diranno se è vera tregua.

Matteo Renzi si concede per 20 minuti ai cronisti: parla di tutto, dal Congresso al Pd del futuro, dal Governo in carica al ruolo che secondo lui deve avere l’opposizione. Nega, a scoppio ritardato, le parole dette nei giorni scorsi.

«Zingaretti non è adatto alla fare il segretario del Pd? Io non ho mai utilizzato queste parole. Le mie parole sono quelle che avete sentito in tv. Quello che mi sembra ovvio, logico e intelligente oggi è dire che chiunque sarà il segretario o la segretaria del Pd dovrà avere il sostegno di tutti gli altri. Basta fuoco amico».

Nei giorni scorsi ha sottoscritto il manifesto anti populista promosso dal presidente del movimento macroniano francese En Marche. Un documento dai contenuti talmente liberal che l’ex ministro Andrea Orlando è trasecolato, arrivando a commentare che a questo punto la sfida del prossimo Congresso nazionale Pd sarà tra chi vuole ancora il Pd nelle file Eurosocialiste e chi invece lo vorrebbe spostato talmente al centro da farlo finire nelle file dei liberal democratici di Alde.

Matteo Renzi non si scompone. E spiega che secondo lui «Contro questa destra credo sia importante tenere tutti insieme, da Tsipras a Macron».

A vantaggio delle telecamere, Renzi abbraccia in maniera calorosa sia il segretario Maurizio Martina e sia l’ex premier Paolo Gentiloni così che tutti possano titolare la rinnovata unità.

I soliti sospetti
Il clima non è di fiducia. E questo è un bene. Perché i Partiti sono in salute quando c’è al loro interno più di una visione, c’è un dibattito che stimoli le idee e la trattativa da cui deriva la sintesi, solo così si arriva all’Unità.

La sfiducia si tocca con mano guardando dietro al palco. I renziani se ne stanno tra di loro, altrettanto fanno i ‘non renziani’. Non si mischiano, un po’ come accadeva tra Miglioristi e Operaisti, che si stimavano ma non si fidavano.

Sui taccuini dei giornalisti finisce l’appunto di Orlando che lasciando la piazza dice d’essere contento del ravvedimento di Renzi nei confronti di Nicola Zingaretti.

Il Segretario Martina è di vecchio rito. Sa che i veleni vengono distribuiti durante la notte, il giorno è per gli abbracci in pubblico. Proprio per questo chiede (pensando a Renzi?) che ci sia «una comunità che senta su di sé un impegno. Ci sono cose che non puoi solo raccontare agli altri, ma che devi praticare. Non è il momento dei tifosi».

Ossessionati dal nemico
Chissà se è un caso oppure un dispetto. Sta di fatto che i 20 minuti di conferenza stampa concessi da Matteo Renzi nel retropalco coincidono in pieno con il comizio che il segretario Martina tiene sul palco, a pochi passi da lui, proprio nello stesso esatto momento.

Il Maurizio Martina che non ti aspetti è proprio quello che sta sul palco e tiene il suo comizio da Segretario.

Tuona, a dispetto del fisico così esile.

Urla che «Questo Paese ha bisogno di guardare avanti e non di tornare nel guado». Parla ai due vice premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio quando grida «Vergognatevi! Siete ossessionati dall’idea di trovare un nemico invece che da quella di trovare soluzioni ai problemi. Pensate solo al vostro tornaconto elettorale».

Dalla piazza si alza il grido Unità, il Segretario non si lascia governare dalla massa ma la governa. E dice: Non voglio parlare di unità, piuttosto la voglio praticare. La risposta è il tripudio di piazza del Popolo.

Martina strilla così tanto che gli viene a mancare la voce. Devono passargli una bottiglietta di minerale per rinfrescargli le corde vocali. Ricaricata la voce, rivela che il reddito di cittadinanza verrà finanziato tagliando «spese fondamentali, dalla scuola alla sanità mentre il Mezzogiorno e’ scomparso dall’agenda politica».

Altra ovazione quando Martina ha detto quello gialloverde «è un governo di nazionalisti di destra, oscurantisti che vogliono indietro sui diritti civili, un esecutivo che non pensa al lavoro ma promette più sicurezza in cambio di minore libertà: una piena deriva venezuelana».

L’affaccio di Luigi Di Maio al balcone è stata una sferzata per il popolo Dem: «Roba da Repubblica delle banane» la bolla Martina.

Sembra sia stato catapultato sul palco direttamente da un buco spazio temporale, Maurizio Martina: se sentono più cose di sinistra in questo comizio che in un’intera gestione di Matteo Renzi. «Siamo somma e non divisione» grida il Segretario al popolo in delirio, mentre si alzano le note di ‘Born to Run’, successo immortale di Bruce Springsteen.

Rimettete in frigo lo champagne
Per il momento, alla guida del Pd si è candidato soltanto il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Che in piazza dà un consiglio «Oggi chi teneva pronte le bottiglie di champagne, perché loro brindano a champagne, per brindare al fallimento del Pd, rimetta in frigo le bottiglie e si prepari perché il Pd combatterà dalla Val D’Aosta alla Sicilia per salvare l’Italia».

Maglietta bianca, sorriso d’ordinanza, Nicola Zingaretti accusa il governo di penalizzare i giovani. In che modo li sta penalizzando? «In Italia c’è un governo che sfrutta i problemi delle persone ma non li risolve, anzi li aggrava perché sono politiche che non guardano al lavoro, alla formazione, alla scuola e all’università ma creano altri debiti che i giovani dovranno pagare».

L’attacco contro Salvini e Di Maio prosegue. Con l’obiettivo di riportare a casa quei viti fuggiti dalla sinistra che li ha delusi. «Di Maio e Salvini – ha detto Zingaretti – hanno vinto con gli inganni, e gli italiani cominciano a capire che quelle promesse non solo erano irrealizzabili, ma hanno forse anche un obiettivo politico: picconare l’Europa è contro gli italiani e gli europei. L’Europa va cambiata ma distruggerla è fare un favore a Trump, Putin, le grandi potenze che vogliono mangiarsi i nostri risparmi».

Parla di unità, chiede di riscoprire “l’ebbrezza del noi”.

La manifestazione si conclude con la consapevolezza che il Pd ancora manda segnali. Sta alla sua classe dirigente saperli raccogliere. E stimolare. Rivitalizzare.

Non sono i quattro gatti che aveva pronosticato da Latina Matteo Salvini. Perché «Si ricordi Salvini che i gatti hanno sette vite. (Non c’è niente da fare, le battute migliori sono sempre quelle di Renzi)

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