A cura di Sergio Proia
A San Salvatore, una contrada di Fontana Liri, le giornate sembravano avere un ritmo diverso.
Non era soltanto il tempo a scorrere più lentamente. Erano le persone, le case, gli animali nelle stalle, i rumori che arrivavano dalla campagna e persino il fumo dei camini che, d’inverno, si fermava basso sulle case. Tutto sembrava appartenere a una misura antica, quasi che il paese avesse deciso di conservare, giorno dopo giorno, un piccolo pezzo del proprio passato.
La contrada aveva origini lontane. Al centro di quel mondo, molti anni fa, c’era un grande palazzo: Palazzo D’Emilia, la dimora dei proprietari di gran parte delle terre che si estendevano dalla zona di Collefontana alla Casella, comprendendo anche i terreni verso Capozzelli, Valle Punza, la Macchiozza e la Chiaia Romana.
Il palazzo dominava la contrada con la sua presenza severa. Al piano inferiore c’erano le stalle, i locali di servizio, gli ambienti dove un tempo si svolgeva una parte importante della vita agricola. Dopo il terremoto del 1984 l’edificio fu ristrutturato e quegli stessi spazi hanno conosciuto una nuova vita. Oggi, là dove un tempo c’erano uomini, animali e attrezzi da lavoro, trova posto il ristorante Poggio Antico.
Ma San Salvatore aveva anche un altro punto di riferimento, più piccolo e forse proprio per questo ancora più caro alla memoria degli abitanti: la chiesetta dedicata a San Salvatore.
I D’Emilia, insieme ai Parravano, altri possidenti di Fontana Liri, l’avevano fatta costruire accanto al palazzo, in un’area dove, secondo la tradizione, doveva sorgere anticamente un convento poi soppresso. La chiesa serviva soprattutto alla gente della contrada, ai numerosi braccianti che lavoravano quelle terre e alle famiglie che, poco alla volta, avevano costruito le proprie case nei dintorni.
Sulla facciata, incassata nella pietra, una lapide conserva ancora una data: 1642.
Quattro numeri che sembrano poca cosa, ma che raccontano più di quanto si possa immaginare.
Quando i ragazzi della contrada si riunivano davanti alla chiesetta nelle occasioni speciali, nessuno pensava alla storia che avevano sotto gli occhi. La pietra era semplicemente lì, come erano lì le case, la strada, il campo di bocce. Nessuno aveva bisogno di chiedersi da quanto tempo esistessero. Facevano parte del paesaggio, e ciò che fa parte del paesaggio finisce spesso per sembrare eterno.
Le case di San Salvatore avevano poi una caratteristica tutta loro.
Erano nate dalla collina stessa.
Il pendio di tartaro era stato scavato per ricavarne una grotta, e intorno a quella prima stanza, semplice e necessaria, la casa era cresciuta nel tempo. Prima un unico ambiente, poi una parte costruita davanti alla grotta, una scala, un piano superiore. Una stanza dopo l’altra, una generazione dopo l’altra.
Così le abitazioni finivano per toccarsi, affiancarsi e compenetrarsi, fino a formare un lungo caseggiato nel quale gli ambienti sembravano indipendenti e, allo stesso tempo, appartenere tutti alla stessa casa.
Entrando, spesso si passava per l’atrio.
Era una stanza scura, annerita dal fumo e dalla fuliggine, perché lì c’era il focolare. Anche il nome sembrava venire da lontano: “ater”, scuro. E forse non c’era parola più adatta per descrivere quegli ambienti. Ma quella oscurità non aveva nulla di triste.
Era il buio caldo delle case vissute.
Lì si cucinava, si mangiava, si parlava, si aspettava il ritorno di qualcuno. D’inverno il fuoco raccoglieva intorno a sé la famiglia; d’estate la porta rimaneva aperta e la vita della casa si mescolava a quella della strada.
Fuori, San Salvatore continuava a vivere.
C’era il campo di bocce, dove gli uomini si ritrovavano nel pomeriggio e le partite diventavano spesso pretesto per commentare il raccolto, il tempo, il lavoro o semplicemente per stare insieme. Le bocce rotolavano sulla terra battuta e il rumore delle sfere che si urtavano sembrava parte del paesaggio quanto il canto delle cicale.
E poi c’era la trattoria di zia Mariannina, la Disperazione.
Già il soprannome bastava a far sorridere chi la conosceva.
La trattoria era uno di quei luoghi in cui non si andava soltanto per mangiare. Ci si fermava. Si parlava. Si incontravano persone che non si vedevano da giorni. Qualcuno arrivava per un bicchiere di vino e finiva per restare a tavola.
Accanto alla trattoria c’era una grotta, fresca anche quando fuori il caldo dell’estate sembrava non dare tregua. Là dentro venivano conservati i vini e i formaggi. Non servivano frigoriferi sofisticati: la collina aveva già fatto il lavoro per gli uomini.
Bastava conoscere i suoi segreti.
E forse San Salvatore era proprio questo: un luogo costruito imparando a conoscere la terra.
La terra dava il grano, il vino, il formaggio. La terra offriva il pendio da scavare per ricavarne una casa e la grotta dove conservare ciò che serviva alla famiglia. La terra ospitava le radici degli alberi, i sentieri, le vigne e i campi che per secoli avevano dato lavoro a generazioni di uomini e donne.
Poi arrivava giugno.
E con giugno arrivava San Giovanni.
Il falò acceso nella notte illuminava la contrada e per qualche ora sembrava che tutti fossero più giovani. I ragazzi si avvicinavano al fuoco, le famiglie si ritrovavano, qualcuno portava qualcosa da mangiare, qualcuno una bottiglia di vino. Le fiamme salivano alte e, nel buio, sembravano voler parlare con le stelle.
Erano feste semplici.
Non c’erano grandi spettacoli, né bisogno di organizzare chissà cosa. Bastavano un fuoco, qualche persona, una fisarmonica o una voce, e soprattutto la voglia di stare insieme.
I giovani si incontravano davanti alla chiesetta di San Salvatore, proprio sotto quella pietra che portava la data del 1642. Forse qualcuno scherzava sul fatto che quelle mura fossero lì da secoli; forse qualcun altro raccontava storie sentite dai nonni. E intanto la sera passava.
La contrada sembrava allora un piccolo mondo completo.
Il grande Palazzo D’Emilia, la chiesetta, le case scavate nella collina, la trattoria di zia Mariannina, il campo di bocce, le stalle, le grotte, i sentieri che conducevano verso i campi. Ogni cosa aveva un posto.
Ogni posto aveva una storia.
E ogni storia aveva qualcuno disposto a raccontarla.
Con il tempo molte cose sono cambiate. Le campagne hanno perso gran parte degli uomini che un tempo vi lavoravano. Le vecchie abitazioni sono state trasformate, alcune abbandonate, altre recuperate. Il terremoto del 1984 ha segnato profondamente il territorio e il grande Palazzo D’Emilia ha conosciuto una nuova vita.
Anche la contrada, lentamente, ha cambiato volto.
Ma basta fermarsi davanti alle vecchie case per capire che il passato non è completamente scomparso.
È ancora nelle pietre.
È nelle grotte scavate nel pendio.
È nell’atrio annerito dal fumo.
È nella chiesetta con la data del 1642.
È nel ricordo dei falò di San Giovanni, nelle partite a bocce, nelle voci che uscivano dalla trattoria di zia Mariannina e nel fresco delle cantine dove riposavano vino e formaggi.
E forse è proprio questo che rende San Salvatore speciale.
Quelle vecchie case non sono soltanto costruzioni rurali. Sono la testimonianza concreta di un modo di vivere, di abitare e di stare insieme che appartiene alla storia di Fontana Liri.
Guardandole oggi, si può ancora intuire il gesto di chi, tanti anni fa, cominciò a scavare la collina per ricavare una stanza. Poi arrivò una porta, una parete, una scala. Qualcuno costruì un piano superiore. Un’altra famiglia si sistemò accanto. E lentamente nacque una contrada.
Non fu progettata tutta in una volta.
San Salvatore crebbe come cresce una famiglia: un poco alla volta, aggiungendo stanze, generazioni e ricordi.
Forse per questo, passeggiando oggi lungo quella strada, si ha la sensazione che le vecchie case non siano davvero vuote.
Sembrano ancora aspettare qualcuno.
Una voce dalla porta.
Il rumore delle bocce sul campo.
Il profumo del vino tirato fuori dalla grotta.
Il crepitio di un fuoco nella notte di San Giovanni.
E, davanti alla piccola chiesa, qualche ragazzo che si ferma a parlare, senza sapere che proprio lì, sotto i suoi piedi e dentro quelle pietre, c’è già tutta la storia di San Salvatore.

