San Francesco

Post di Filippo Capuano su facebook
Tra pochi giorni saranno ottocento anni dalla morte di San Francesco.
Ottocento anni da quando un uomo scelse il Monte Subasio per difendere la cosa più fragile e più sacra che abbiamo: il silenzio.
Francesco non si isolò per fuggire.
Si isolò perché aveva capito che l’anima non sopravvive nel rumore continuo delle pretese, delle aspettative, delle voci che ti dicono chi devi essere.
Sul Subasio cercò una verità che oggi la società non riconosce più:
che stare soli è un diritto, non una colpa.
Oggi, invece, chi si isola viene interpretato come strano, sbagliato, sospetto.
Viviamo in un mondo che pretende presenza costante, disponibilità immediata, connessione obbligatoria.
Un mondo che non sopporta il silenzio perché il silenzio non si controlla.
E allora giudica, etichetta, interpreta.
Non ascolta.
Francesco ci lascia un monito che abbiamo dimenticato:
la solitudine non è un ritiro, è una forma di rispetto.
È il luogo dove l’identità respira, dove la mente si ricompone, dove l’anima smette di essere un oggetto sociale e torna ad essere una persona.
Chi si isola non sta rompendo un equilibrio:
lo sta proteggendo.
In questi ottocento anni abbiamo imparato a celebrare Francesco, ma non abbiamo imparato a capire ciò che chiedeva:
lasciate che l’uomo abbia un luogo dove nessuno lo raggiunge, dove nessuno lo interpreta, dove nessuno lo giudica.
Perché senza quel luogo, l’uomo smette di essere libero.
Il Subasio non è solo un monte.
È un promemoria.
E oggi, più che mai, è un avvertimento.

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